Come si è fottuto Guido da Montefeltro

lunedì, 28 agosto 2006

Cosa succede se una palla di cannone irresistibile colpisce un pilastro inamovibile?

Assurdo, è la cosa che più mi è rimasta impressa di un'intera giornata di prepost!

utili non lo so, però mi motivano. sìsì passerò quel dannato test, dovessi rompermici la testa non mollo. I must be optimistic, she's quite right.

E ora, l'ultima settimana intensiva, regime di vita più che sano, concentrazione, che se tutto andrà bene avrò diversi giorni per festeggiare come si deve.

yeahh

Nembrot alle 18:20 in: la mi vida
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Le strade del caso (tra matrix e San Ilari)

sabato, 26 agosto 2006

Ripensando, o fratellini, al caso,al fato, al destino, chiamatelo come volete: il Fato mitico che può più degli dei, o il vostro grande Burattinaio con contorno di madonne lacrimogene.

Ripensando al gran valore che ha nelle vite di ognuno, o quantomeno nella mia.

Ripensando a una sera di noviziato quando avevo intuito , o avevo creduto di intuire, qualcosa vedendola

Ripensando a un uggioso pomeriggio novembrino aspettando di fare la visita medica per scuola guida

Ripensando a una sera d'agosto, una stanza, noi due in una serata che nessuno avrebbe immaginato mai, maybe.

Ripensando a un concerto mediocre portato da una persona che nemmeno mi stava simpatica.

Necrosi sinaptica di fronte  a cotanto splendido avvenire. Dove è il vostro dio, bigotti anofili, dove è il vostro disegno imperscutabile? 

O stolto, dimenticavo la vostra millenaria abilità nel trasformare ogni avvenimento in disegno scritto e voluto per fini che non possiamo conoscere.

Dimenticavo la vostra abilità con le profezie a posteriori. L'unico mistero di fatima è come si sia potuto credere a cazzate simili propinate post eventum.

Il vero miracolo l'avremmo avuto se a forza di portarsi in giro il suo aureo e sacro vincastro al ciccione biancovestito fosse venuta una gustosa ernia.

Mortificate la carne, lo spirito e il diverso.

Questa è la strada per il regno dei cieli.

e ricordate, timorati fratellini, che la via per l'inferno è cosparsa di buoni sconto Auchan. Le catene della grande distribuzione sono esternazioni diaboliche. santo è chi il santo fa, diceva la mamma. E non si può non ricordare come, notoriamente, la piccola proprietà e l'azienda a conduzione familiare siano, inequivocabilente, segni dell'eletto.

No, o stolidi uditori, non eletto per la salvezza di Sion, ma per un posto di rilievo nell'Opus Dei.

E in ultimo, come diceva Tonina buonanima: San Ilari San ilari San ilari, hijo de puta quien no se hacabe.

Amen.

  

Nembrot alle 17:09 in: penzieri paciosi
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Requiem for a dream ***

giovedì, 24 agosto 2006

Allucinato.

Mette addosso una tristezza profonda.

Finisce malissimo, è uno di quei film senza redenzione per nessuno. tutto va a puttane, anche il regista dopo le riprese.

Mi ricorda Magnolia (anche se dura meno della metà).

Grande Marion, ottima resa interpretativa, viscerale. Brava anche la signora Goldfarb e tutta la coreografia fantasmagorica e allucinante che la circonda.

Bel film.Davvero.

Nembrot alle 23:00 in: recensioni da cinofilo
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Incontri ravvicinati

giovedì, 24 agosto 2006

Bella serata, mi ha fatto piacere conoscere i genitori di lei, ottima gente, persone che è davvero un piacere conoscere.

Sto diventando davvero una persona seria allora? Mio dio incredibile, non pensavo che avrei preso qualcosa un po' sul serio di questi tempi, ma vabbè, a volte mi sbaglio [per fortuna].

kiss me goodbye and write me while I'm going, goodbye my sweetheart hello Vietnam.

Amen.

Nembrot alle 22:58 in: gustosi fatti accaduti a me mede
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Eeehh?

giovedì, 24 agosto 2006

Cioè, ci rendiamo conto? vado a cena a conoscere i suoi! ma vi pare?! E per di più mi è saltata la vacanza! Ma allora vaffanculo dio cane!!

Cosa sto diventando? una persona seria?!

Dio me ne scampi e liberi!

Vabbè.

Ormai ci son dentro.

Vediamo come va avanti, magari sarà divertente.

Nembrot alle 18:22 in: penzieri paciosi
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Alabama song

martedì, 22 agosto 2006
Well, show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don't ask why
Oh, don't ask why

Show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don't ask why
Oh, don't ask why

For if we don't find
The next whiskey bar
I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We've lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We've lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why

Well, show me the way
To the next little girl
Oh, don't ask why
Oh, don't ask why
Show me the way
To the next little girl
Oh, don't ask why
Oh, don't ask why

For if we don't find
The next little girl
I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We've lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why



Nembrot alle 22:18 in: canzuonette giocose
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Il giudizio dell'ultima notte

lunedì, 21 agosto 2006

L’uomo si svegliò nel cuore della notte, intorno il silenzio era assoluto in quella calda notte d’estate, nessun rumore giungeva al suo orecchio ad eccezione del gorgoglio dell’acqua del torrente che scorreva placido in fondo alla valle.

L’uomo aveva caldo, si sedette sulla sponda del letto pensando all’estate che quell’anno era arrivata prima del solito, a sua moglie, suicidatasi l’anno prima, all’idea che aveva avuto di affittare quella casa in mezzo al nulla e ancora al caldo opprimente di quell’anno.

 Non era solo il caldo ad opprimerlo, sentiva un peso dentro, un vuoto che lo stava consumando lentamente, un pensiero che, come un tumore, gli aveva pian piano divorato ogni residua energia, si sentiva spossato, era esausto, consumato dalle abitudini, non riusciva più a tirare avanti nella routine quotidiana, continuando a far finta che tutto andasse bene e che la sua vita fosse perfetta, continuando a cercare di dimenticare la tragedia di un anno prima, continuando a soffocare dentro di sé la voglia che aveva di urlare, di urlare il suo schifo per quel mondo corrotto da cui si vedeva circondato.

Era questa voglia repressa a soffocarlo, col tempo era divenuta un peso insostenibile, la covava dentro di lui, la nutriva con le sue frustrazioni, con il suo disgusto per le grandi e piccole ingiustizie che avvelenavano il mondo, era carico di delusione e disprezzo per quella sua vita carica di finzione: finzione davanti agli altri e finzione davanti a se stesso, finzione che ormai non poteva più sostenere.

Quel peso che gravava dentro di lui diventava sempre più grosso, più pesante, in un certo qual modo più potente: era sul punto di implodere.

All’inizio la sua gli era sembrata una vita perfetta: non gli era mai mancato nulla, aveva frequentato alcune delle migliori scuole, era stato assunto in uno studio importante, tutte le porte sembravano pronte ad aprirsi di fronte a lui, e aveva conosciuto quella che dopo pochi mesi sarebbe divenuta sua moglie.

La sua vita era in continua ascesa, aveva raggiunto l’apogeo, gli sembrava di avere il mondo ai suoi piedi e stava per diventare padre.

Poi, un anno prima era successo: sua moglie era sempre più depressa e lui, oberato di lavoro e prossimo alla nomina a socio dello studio presso cui lavorava, era troppo occupato per accorgersene, fino a che una sera tornando a casa non trovò sua moglie ad aspettarlo; la trovarono pochi giorni dopo in un canale in cui si era lasciata annegare: ponendo fine ai suoi tormenti interiori aveva soffocato la vita che in lei stava crescendo.

Per lui fu un colpo durissimo, lasciò il lavoro, cominciò a bere.

Quell’ultimo anno era stato per lui un inferno, una lenta, lentissima, caduta in uno scuro abisso, gli pareva che per intere ere fosse sceso lentamente verso i pozzi dell’inferno, la sua vita era stata stravolta: era arrivato a vivere come un vegetale, insofferente a tutto, non faceva quasi più nulla a parte pensare: pensava molto, più di quanto non avesse fatto mai.

Era scivolato nell’ombra, non sopportava più le finzioni cui si costringeva, s’ingannava da solo per tentare di andare avanti, ma inutilmente, non riusciva a liberarsi di quel peso, quell’avversione profonda per lo stato di corruzione in cui si trovava quel mondo, simbolo della corruzione interiore che stava subendo.

Era per quello che aveva deciso di affittare quella casa in una valle isolata, per cercare se stesso, per comprendere cosa potesse ancora fare, per capire cosa davvero volesse: voleva uscire da quello stato di dannazione cui si era condannato, doveva liberarsi di quel peso che ormai stava divenendo più forte di lui, doveva interrogare se stesso, il suo io più profondo: lì avrebbe trovato tutte le risposte o avrebbe incontrato un vuoto, che inevitabilmente avrebbe rispecchiato il suo volto.

Lo sguardo gli cadde sul fucile che aveva portato con lui: avrebbe trovato se stesso, o si sarebbe perso per sempre.

  L’uomo distolse lo sguardo dall’arma a disagio: aveva sempre odiato le armi, non le aveva mai sopportate considerandole solo capaci di portare orrore e morte, non credeva nella violenza come mezzo per portare civiltà e democrazia.

Tantomeno come strumento per consolidare la pace, era semplicemente ridicola una pretesa simile: una pace armata, un controsenso, un ributtante ibrido creato da quei potenti che erano troppo interessati al proprio interesse per pensare a quello comune.

Quel fucile era stato di suo padre: l’aveva trovato un’estate di tre anni prima in una loro vecchia casa di campagna dove andava spesso in vacanza da piccolo; ma ,da quando i suoi genitori erano morti, non ci aveva più messo piede fino a quell’estate in cui si era recato lì per sistemare una struttura vicina che aveva intenzione di mettere in vendita.

Si ricordava bene quell’estate, con sua moglie, si erano sposati da poco e avevano un sacco di progetti per il futuro; erano passati solo tre anni ma gli pareva che interi secoli lo separassero da quel tempo felice.

Allora si era limitato a dare una rapida occhiata alla casa, aveva visto il fucile appeso a una parete, se lo ricordava, lo aveva affascinato quando era bambino, era uno strumento strano, terribile, quasi magico, ma quando l’aveva ritrovato tanti anni dopo ai suoi occhi aveva perso ogni fascino, era solo un’altra prova della bestialità insita nell’uomo.

E ora era lì, in un angolo di quella vecchia casa in mezzo al nulla, vecchio e polveroso ma al contempo ancora terribile.

Era lì, oggetto inerte all’apparenza, in realtà corpo addormentato ma pronto a risvegliarsi col suo carico di morte, sembrava fosse lì appostato come un avvoltoio, aspettando che tutta la sua fragile costruzione interiore cedesse trascinando ogni residua speranza nella sua rovinosa caduta, nutrendosi della disperazione e del dolore che già le macerie della sua anima esalavano.

Si accorse di provare nostalgia per se stesso, non per quel se stesso che era diventato ora, ombra dell’uomo che fu, no, quello di cui aveva nostalgia era il se stesso che sarebbe potuto diventare, una persona che non esisteva come ente fisico ma solo come l’impalpabile intrecciarsi e accorparsi delle decisioni che non aveva preso, delle scelte che aveva fuggito, quello per cui provava dolore era la composizione dei suoi possibili io, l’intreccio dei destini a cui aveva rinunciato e di quelli che non gli erano stati proposti, quella per cui sentiva rimpianto era una creatura d’aria, fatta di possibilità rifiutate e occasioni perdute.

Non occasioni e possibilità di diventare ricco o stimato, no questo lo era stato, grazie al suo impegno e al suo lavoro aveva soddisfatto le sue aspirazioni borghesi: era ricco e aveva avuto un ottimo lavoro; no, ciò che rimpiangeva erano le occasioni e le possibilità che aveva rifiutato per viltà o abbagliato da falsi valori ,occasioni e possibilità di diventare veramente umano, di godere appieno dei sentimenti, di trovare dei valori per cui valesse realmente la pena di vivere e di morire.

 Si riscosse di soprassalto, si accorse che le sue mani stringevano spasmodicamente le lenzuola leggere.

Si asciugò il sudore freddo che gli bagnava la fronte.

E in quel momento seppe che non ce l’avrebbe fatta, sentiva che quella sua ricerca era già fallita, che quella di ritrovare se stesso era una battaglia persa prima di cominciare, era troppo tardi ormai per trovare la sua anima, l’aveva già persa: nella sua perdizione si era spinta troppo in là, aveva oltrepassato confini arcani che non andrebbero oltrepassati, era finita nella terra delle sue paure e delle sue debolezze, una terra vasta e sconfinata, una terra senza ritorno in cui aveva finito col perdersi. Irrimediabilmente.

Si sentì preso da un tremendo sconforto, sentiva un freddo intenso dentro di sé, un freddo gelido che gli attanagliava il cuore; il tempo sembrò fermarsi e cominciare a scorrere all’indietro: si rivide in quell’ultimo anno, depresso e ormai alla deriva, ritrovò i ricordi della sua vita precedente, quando era felice, l’ultima vacanza con lei, il giorno in cui seppe che sarebbe divenuto padre.

E poi ancora più indietro ai giorni dell’università, quando era più giovane, più felice, quando pensava che carriera e denaro avrebbero fatto la sua felicità.

Contemplò tutta la sua esistenza, rivide gli errori fatti e gli snodi cruciali della sua vita, si immerse completamente in quel labile e impalpabile universo popolato dai ricordi, riversò in quell’oscuro grembo tutte le sue frustrazioni, i suoi sogni spezzati, le sue disillusioni, lo gonfiò con il suo risentimento per il mondo.

Ma sapeva che non sarebbe servito a nulla, stava avvelenando la sua anima facendovi confluire tutto il suo disgusto.

Non che credesse veramente all’anima, non pensava certo ci fosse qualcosa di spirituale e semidivino nell’uomo: ciò che per tanti era l’anima per lui era solo un intrecciarsi di pensieri, il naturale risultato dell’avvicendarsi delle sue sinapsi.

Una volta, quando era ancora piccolo, era credente, anche praticante, ci credeva davvero a Dio a quei tempi.

Ma verso i sedici anni si era trovato a riconsiderare tutto ciò che riteneva certo, era stato per lui un periodo travagliato, era caduto in depressione e aveva meditato il suicidio, e alla fine di questo sofferto percorso interiore aveva ormai perso la fede.

Aveva come aperto gli occhi: si era reso conto che per lui la religione non aveva nessun senso, non riusciva più a giustificare la fede di fronte a se stesso, aveva visto la vera arroganza del cattolicesimo al di sotto degli ori e dei paramenti.

Era diventato ateo, profondamente disgustato da ciò che la religione rappresentava, era diventato capace di godere appieno della vita, gustando ogni attimo senza la ridicola pretesa che quella sulla terra dovesse essere un’esistenza di dolore ed espiazione.

Guardando fuori dalla finestra nel buio della notte si trovò a pensare alla maledizione che l’aveva sempre accompagnato: gli era stata sempre preclusa la possibilità di essere veramente e semplicemente felice, era quasi innata in lui un’infelicità endemica.

Non che fosse stata una persona cupa e intristita, no, anzi era raramente serio, ma sempre sentiva come se qualcosa gli mancasse, gli sfuggisse.

Come se quello che veramente gli serviva per sentirsi realizzato pienamente non fosse alla sua portata.

Era Lei che gli sfuggiva, Lei che non poteva essere sua, che mai sarebbe potuta esserlo: in ogni ragazza che aveva avuto aveva cercato un volto che alfine solo in Lei aveva trovato.

Ma era rimasta solo un volto, un corpo lontano, statua eburnea di siderea freddezza, per lui era tutto ma per Lei non era mai stato nulla di veramente importante.

Per il suo volto aveva perso il sonno, al suo ricordo aveva scritto fiumi di parole che mai aveva avuto il coraggio di dirle, era per lui una cosa sacra, una dea in terra da adorare da lontano.

Aveva avuto diverse ragazze sempre cercando il Suo sguardo nel loro, poi si era sposato: certo amava sua moglie, la sua morte l’aveva distrutto, ma alla fine era sempre Lei che inseguiva, Lei che per lui era divenuta l’archetipo di una femminilità agognata e invano inseguita, una donna fatta della stessa pasta di cui sono fatti i sogni.

Provò ad alzarsi dal letto ma si sentiva le gambe intorpidite e deboli e dovette risedersi.

Era stanco, spossato, non aveva più forza: si era accorto che la sua vita era stata illusione e vanità, si era reso conto, momento sublime, che non c’era nulla per cui valesse veramente la pena di lottare.

Non aveva nulla da cercare che non fosse illusorio, la realtà gli era da tempo sfuggita di mano e solo i sogni gli erano rimasti.

Ma i sogni sono belli finché si sogna di poterli realizzare e ormai l’uomo non aveva più speranze, la vita gliele aveva rubate tutte.

 Era stanco, stanco di tutto, di quella vita che faceva, senza più entusiasmi e senza più sogni, quella vita che era stato condannato a vivere per sempre; stanco di quel mondo disgustoso, quella facciata di benessere e perbenismo che permeava ogni cosa celando l’essenza vera, nuda e cruda dell’essere.

Stanco degli altri e soprattutto stanco di se stesso, quel se stesso che era ora, larva ed ombra, polvere alla polvere.

Si alzò dal letto barcollando, si sentiva debole e malato, aveva tutti i muscoli doloranti; si avviò con passo incerto verso la porta della casa.

Uscì nella calda notte di luglio, il cielo sopra di lui era sereno e trapunto di stelle.

Guardò a lungo il firmamento, seguì le linee formate dalle costellazioni, simbolo e figura delle linee prodotte dall’intersecarsi dei destini umani.

E seguendo i disegni già scritti nel cielo da tempi immemorabili, guardando luci di stelle forse spentesi da milioni di anni si sentì riempire di un’energia nuova, il tempo intorno a lui si fermò per un attimo; e per quel breve e intenso attimo visse l’infinito.

La sua mente volò attraverso le immensità siderali, nel tempo di un respiro attraversò l’universo fondendosi con l’incommensurabile, arrivò a comprendere la ragione ultima di tutto l’esistente: il caso era signore della materia, al di là di lui c’era solo il Nulla.

Respirò a fondo l’aria della notte, aveva un qualcosa di magico: era di notte che l’uomo riusciva a vedere le cose per ciò che erano realmente, scevre da quella patina di falsità che assumevano durante il giorno.

E l’uomo svuotò la sua mente, chiuse gli occhi e si sentì galleggiare nel mare dei suoi pensieri inespressi, intorno a lui tutto ciò che mai aveva voluto ammettere, nemmeno con se stesso.

Cadde così il residuo velo d’illusione e vanità che ancora avvolgeva la sua mente, una luce abbagliante scacciò tutti gli inganni che si era propinato in una vita.

Si rese conto di essere anacronistico: nessuno in quella società voleva veramente quello che lui sognava, non era il tempo per proporre giustizia sociale e verità, quella in cui viveva era l’era della falsità, del controllo esercitato dallo stato, erano gli anni dei grandi potentati economici, delle oligarchie delle potenti famiglie dirigenti che dalle loro lussuose stanze, prigioni dorate, decidevano i destini di quel mondo malato.

Ammise di aver fallito la sua lotta, si era ostinato per anni a vivere di ideali ormai morti e sepolti: di ideali aveva nutrito la sua mente, in ideali aveva creduto, per i suoi principi aveva combattuto e  per loro aveva sofferto.

Si disse che era stato lui stesso a condannarsi a quella infelicità, aveva fatto una scelta che andava contro la volontà della massa strumentalizzata e coerentemente l’aveva sostenuta sempre, senza timore di nessuno, senza farsi intimidire da nulla neanche quando l’ideologia dominante aveva mostrato le sue armi.

Ma in questa scelta lui credeva ancora, fermamente.

Un tuono in lontananza.

Alzò lo sguardo: lontano sull’orizzonte grandi nubi gonfie e nere si stavano ammassando, si muovevano in fretta e il vento le spingeva in direzione della casa.

Ormai solo un piccolo spicchio della volta celeste era sgombro e poi nemmeno quello, le nuvole coprirono la pallida luna.

L’uomo sentì una goccia d’acqua colpirgli la guancia come una sferza. Poi un’altra. E un’altra.

E la tempesta già presente in potenza divenne atto: l’acqua scese dal cielo gonfiando i fiumi e i torrenti, trasformando tutto in fango e umidità.

L’uomo rimase fermo, sotto l’acqua scrosciante, alla luce elettrica dei lampi vedeva il torrente in fondo alla valle gonfiarsi d’acqua e fango.

Da qualche parte lontano un albero cadde e nella sua mente il rumore fu assordante, sovrastò quello del tuono e dell’acqua e divenne un grido, la natura impotente si ribellava a quella cosa scesa dal cielo.

Il silenzio venne rotto, ogni albero gridava la sua fine mentre il terreno molle e zuppo cedeva e allora anche l’uomo si riscosse, si ribellò a quella vita di miseria morale cui si stava condannando e alzò alto il suo grido.

La sua voce volò alta, al di sopra della tempesta e al di sopra delle nuvole, al di sopra delle stelle e al di là del caos, sfiorò il Nulla ma non vi cadde diventando un qualcosa di più forte, più potente di qualsiasi forza.

E l’uomo ristette nella notte di quel mondo in disfacimento, urlando la sua lotta rinata dalle proprie ceneri, voce isolata ma potente, mentre le tenebre calavano da occidente.

 
Nembrot alle 23:03 in: prosa
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Seven ****

lunedì, 21 agosto 2006

Bel film, avvincente, ti tiene sulle spine fino all'ultimo.

Spunto brillante, in seguito banalizzato, am brillante, ripeto, per l'epoca di realizzazione.

Finale intelligente, complesso ben costruito.

Lascia con l'amaro in bocca.

Pochi film ci riescono.

Bravo Brad Pitt. E grande Morgan Freeman.

Nembrot alle 22:51 in: recensioni da cinofilo
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AAA. cercasi pirla volontario per october fest. astenersi astemi.

lunedì, 21 agosto 2006

Si studia, o beneamati fratelli, si tudia sì, o meravilgiose sorelle, si studia.

E che voglia soprattutto, poca in questa fine d'estate, non caldissima sì, però comuqnue fine, ultimi scampoli, non si scampa, nè sotto nè sopra la panca.

Non vedo l'ora di togliermi di torno questo peso del test, prima finisce meglio è, soprattutto se passo.

E intanto si vive questa fine di stagione, mi saltano le vacanze nel borgo natio, porco dio, e sono anche un po' poeta o rimatore.

Mi saltano le vacanze ultime e mi si rpospetta un settembre certo settembrino e anche un po' casalingo, a meno chenon riesca a trovare qualche pirla disposto a farsi con me un viaggio fino alla crucca tedeschia in tempo per l'october fest.

Volontari per questa spedizione etnologica sono i benvenuti.

Nembrot alle 19:11 in: la mi vida
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Soirée

lunedì, 21 agosto 2006

Serata non male ieri, casuale appunto, incontro fortuito, si è finiti in un pub-sauna.

Bella gente nè, tranne quel povero coglione di Marco, che dio lo maledica, personaggio senza spessore con l'unico pregio di essere un inesauribile argomento di conversazione e di insulto.

Gente simpatica, anche se vota AN, è riuscito a farmi una buona impressione addirittura il nipote del buon Tremaglia.

Forse è vero che ho qualche preconcetto, come dic e  Giacomo, ma vabbè ci si convive.

Coi preconcetti non col Giacomo.

Nembrot alle 12:19 in:
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