aggiunto un po' di vita. Devo pure starci in 5000 battute, quindi ho un po' epurato
Loco buio, sporco, poco si vedeva poco si voleva vedere, loco a metà, tra essere e essere percepito, incompiuto dava una sensazione particolare, di limbo, di sospensione.
Cantina povera, rustica, di tavoli sbozzati come bare intagliate segnati dal tempo e da consunzione, distruzione provocata da malanimo ed eccessiva consumazione.
Stanza disadorna, pareti nerofumo, interrata, unica luce nella notte del porto, bocca dell’inferno spalancata sul mondo, foce maleodorante di un Acheronte color del vino.
Ricettacolo notturno della schiera dei più, di coloro che il mondo fuori non accetta e non ammette, dannati consapevoli che si buttano volenterosi tra le fiamme alcoliche sempiterne che lì bruciano.
Ogni notte scenario sardonico della farsa umana e del suo disvelamento, le maschere danzano coi passi del coltello, incoscienti feroci varcano il confine tra vita e ciò che ne procede oltre.
Assenzio e fautore di assenze d’inteletto era colà il vino, rosso, scuro, pesante.
Quel vino che entra dentro e lì resta, occlude, riempie e appesantisce, che tutt’intorno ogni cosa rende fosca, dubbia, se non la penso la vita non è nulla: blocco di sinapsi, paralisi di gangli.
Si trasforma il reale, diventa sfumatura, schiuma d’esistenza: non ci sono problemi né preoccupazioni: solo vino ovunque dentro di te e perciò sopra ogni cosa.
Il tutto panteistico partecipa all’ebbrezza danzando e girando attorno al suo centro unico e perno e fulcro.
Si ferma il pendolo oscillante della quotidianità, né noia né dolore, solo l’intervallo intimo e perfetto della felicità.
Certo condizione illusoria e transitoria ma proprio per questo il vino divinizza quegli esseri abbruttiti dal mondo: rendere eterno il transitorio e l’illusione è caratteristica prima della divinità.
Rendere eterno il transitorio è l’illusione prima della divinità.
Fu una notte chiara d’estate che l’inferno esplose davvero in quel ricetto di larve e di sogni, e il sangue corse come vino sulle tavolate immense, tagli nelle carni come cicatrici nel legno.
La collera feroce si saziò tra quelle mura, Erinni annegate nei tini rinacquero spaventose e fulgide, tutto coprivano la morte e l’ebbrezza folle: fragore di mobilio rovesciato, sorrisero di morte i lunghi coltelli, si ruppero le teste come fiaschi vuoti, stritolate da confusi passi pesanti le membra stanche dei più vecchi.
Immoti erano gli occhi languidi e iniettati di sangue di coloro che l’alcool aveva trasformato in muschiosi spettatori dell’umana facezie, mentre la stanza intorno a loro andava riempiendosi di grida e lamenti.
Il pendolo ricominciò il suo esiziale oscillare, Tantalo urlò nella notte, rinacque il suo tormento, l’illusione si mostrò sfavillante lo Stige tornò a scorrere portando via i residui putridi di palude.
Le fiamme si alzarono alte, consumando ogni cosa come già il vino aveva ormai consumato le flebili vite di coloro per cui non ci fu un’alba dopo quella notte.
Fuori, ad attendere l’aurora solo due figure intabarrate, una bottiglia di vino scuro, incuranti di tutto e di tutti; divinità silvane perse in tempi non loro.
Due figure, chine, scure di un’oscurità compresa in se stessa.
Tra loro una bottiglia, piena, panciuta, lascia trasparire quel rosso che è di sangue come di rubino e che più di ogni altra cosa scalda e consola quelle sagome confuse, a fatica stagliatesi sulla bruma violacea del porto al mattino.
Porto come tanti, che sia Istanbul, Barcellona, Marsiglia, Genova: molo antico, pietre che hanno visto galeazze, fregate, battelli e petroliere: pietre su quell’unico omerico mare color del vino.
Passa la bottiglia, ormai non più umile vetro ma calice prezioso, fiala di mistici cordiali e alchemici distillati, nuovo Graal per un’epoca che ha rinunciato a salvarsi e si lascia ormai condurre sul fondo dai narcotici vapori di una nuova bugia.
Le fiamme ormai erano domate nella vecchia cantina, tra i muri bruciati e i miseri resti dell’antico mobilio ovunque v’era acqua mista a vino, fuggito dalle grandi botti divorate dal fuoco, tutta la grande stanza era coperta per buona parte da questa soluzione il cui livello giungeva al secondo dei sei scalini che conducevano al livello della strada.
Domate erano le fiamme, solo un poco di vapore usciva ormai da quell’ipogeo odoroso di mosto e legno.
Fuori, nelle vie ora deserte, solo due figure, ieratiche a guardare il mare vasto e calmo ai loro piedi, in mano una bottiglia ormai mezza vuota.
Senza guardarsi intorno, avvolto dagli ultimi fumi dell’incendio ora spento, versò il vino rimanente in acqua.
Con tono solenne come di officiante recitò – Pour noyer la rancoeur et bercer l’indolence de tous ces vieux maudits qui meurent en silence-.
-Dieu, touché de remords, avait fait le sommeil; l’Homme ajouta le Vin, fils sacré du Soleil – gli fece eco il suo compagno.
Nessun’altra parola uscì dalle loro bocche, silenziosi ristettero.
La macchia di un rosso cupo rapidamente si dissolse nelle acque turbinose di quel mare, sotto quella nuova alba che rinato accoglieva il Sole.