Rosafanti

sabato, 30 settembre 2006

Signore e signori, I ROSAFANTI!

Che, ricordiamo, sono il delirio alcoolico di un elefante minorenne.
Peraltro presa in se la sequenza coi rosafanti è un tripudio futurista di macchine e rumori!

evviva evviva

 

Ringraziando la Fox perchè non si trovano immagini originali.

Ci occuperemo più avanti di altri surreali parti disneyani quali: il PALMIPEDONE, il BRUCALIFFO  e lo STREGATTO

Nembrot alle 21:38 in: foolish
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)

Dies Irae

venerdì, 29 settembre 2006

Spettacolo sconcertante quello offerto in Parlamento l'altro giorno, in particolare dagli esponenti della destra neofascista e xenofoba.
Da persone che meriterebbero di passare in galera il resto dei loro giorni.
Da individui lei cui collusioni con la mafia e con società di stampo massonico la cui finalità era il sovvertimento dell'ordinamento democratico sono ampiamente documentate.

Il dsgusto monta di fronte a siffatto teatrino le cui comparse più o meno apertamente reazionarie non meritano il benchè minimo rispetto visto lo stupro a cui giornalmente sottopongono la nostra dignità e la nostra intelligenza.

Sovvertimento è l'unica strada.
Scrollarsi di dosso questi parassiti vestiti a festa.
Escluderli da ogni futura attività politica.
Indire nuove elezioni con energie nuove, fare in modo che le classi di potere non siano sempre le stesse, e sempre gli stessi a farne le spese.€

Fare in modo che tutto cambi perchè cambi davvero.

Nembrot alle 15:25 in: trotzskijsm bring me away
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)

Garcia Lorca - Carne

giovedì, 28 settembre 2006

Por el nombre del Padre, roca luz y fermento,
por el nombre del Hijo, flor y sangre vertida,
en el fuego visible del Espíritu Santo,
Eva quema sus dedos teñidos de manzana.

Eva gris y rayada con la púrpura rota,
cubierta con las mieles y el rumor del insecto.
Eva de yugulares y de musgo baboso
en el primer impulso torpe de los planetas.

Llegaban las higueras con las flores calientes
a destrozar los blancos muros de disciplina.
El hacha por el bosque daba normas de viento
a la pura dinamo clavada en su martirio.

Hilos y nervios tiemblan en la sección fragante
de la luna y el vientre que el bisturí descubre.
En el diván de raso los amantes aprietan
los tibios algodones donde duermen sus huesos.

¡Mirad aquel caballo cómo corre! ¡Miradlo
por los hombros y el seno de la niña cuajada!
¡Mirad qué tiernos ayes y qué son movedizo
oprimen la cintura del joven embalado!

¡Venid, venid! Las venas alargarán sus puntas
para morder la cresta del caimán enlunado,
mientras la verde sangre de Sodoma reluce
por la sala de un yerto corazón de aluminio.

Es preciso que el llanto se derrame en la axila,
que el mano recuerde blanda goma nocturna.
Es preciso que ritmos de sístole y diástole
empañen el rubor inhumano del cielo.

Tienen en lo más blanco huevecillos de muerte
(diminutos madroños de arsénico invisible),
que secan y destruyen el nervio de luz pura
por donde el alma filtra lección de beso y ala.

Es tu cuerpo, galán, tu boca, tu cintura,
el gusto de tu sangre por los dientes helados.
Es tu carne vencida, rota, pisoteada,
la que vence y relumbra sobre la carne nuestra.

Es el gesto vacío de lo libre sin norte
que se llena de rosas concretas y finales.
Adán es luz y espera bajo el arco podrido
las dos niñas de lumbre que agitaban sus sienes.

¡Oh Corpus Christi! ¡Oh Corpus de absoluto silencio,
donde se quema el cisne y fulgura el leproso!
¡Oh blanca forma insomne!
Angeles y ladridos contra el rumor de venas.

Nembrot alle 13:10 in: prostata e poesia
commenti: commenti (7)(popup) | commenti (7)

riccardino fuffolo

martedì, 26 settembre 2006

 

non aggiungerò commenti

Nembrot alle 15:32 in: foolish
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)

Samson

sabato, 23 settembre 2006

You are my sweetest downfall
I loved you first
Beneath the sheets of paper lies my truth
I have to go
Your hair was long when we first met

Samson went back to bed
Not much hair left on his head
Ate a slice of wonder bread and
Went right back to bed
And the history books forgot about us
And the bible didn't mention us
Not even once

You are my sweetest downfall
I loved you first
Beneath the stars came falling on our heads
But they're just old light
Your hair was long when we first met

Samson came to my bed
Told me that my hair was red
Told me i was beautiful and
Came into my bed
Oh i cut his hair myself one night
A pair of dull scissors in the yellow light
And he told me that i'd done alright
And kissed me till the morning light

Samson went back to bed
Not much hair left on his head
Ate a slice of wonder bread and
Went right back to bed
Oh we couldn't bring the columns down
Yeah we couldn't destroy a single one
And the history books forgot about us
And the bible didn't mention us
Not even once

You are my sweetest downfall
I loved you first

Nembrot alle 09:33 in: canzuonette giocose
commenti: commenti (5)(popup) | commenti (5)

Rieccoci

sabato, 23 settembre 2006

aggiunto un po' di vita. Devo pure starci in 5000 battute, quindi ho un po' epurato

 

Loco buio, sporco, poco si vedeva poco si voleva vedere, loco a metà, tra essere e essere percepito, incompiuto dava una sensazione particolare, di limbo, di sospensione.

Cantina povera, rustica, di tavoli sbozzati come bare intagliate segnati dal tempo e da consunzione, distruzione provocata da malanimo ed eccessiva consumazione.

Stanza disadorna, pareti nerofumo, interrata, unica luce nella notte del porto, bocca dell’inferno spalancata sul mondo, foce maleodorante di un Acheronte color del vino.

Ricettacolo notturno della schiera dei più, di coloro che il mondo fuori non accetta e non ammette, dannati consapevoli che si buttano volenterosi tra le fiamme alcoliche sempiterne che lì bruciano.

Ogni notte scenario sardonico della farsa umana e del suo disvelamento, le maschere danzano coi passi del coltello, incoscienti feroci varcano il confine tra vita e ciò che ne procede oltre.

Assenzio e fautore di assenze d’inteletto era colà il vino, rosso, scuro, pesante.

Quel vino che entra dentro e lì resta, occlude, riempie e appesantisce, che tutt’intorno ogni cosa rende fosca, dubbia, se non la penso la vita non è nulla: blocco di sinapsi, paralisi di gangli.

Si trasforma il reale, diventa sfumatura, schiuma d’esistenza: non ci sono problemi né preoccupazioni: solo vino ovunque dentro di te e perciò sopra ogni cosa.

Il tutto panteistico partecipa all’ebbrezza danzando e girando attorno al suo centro unico e perno e fulcro.

Si ferma il pendolo oscillante della quotidianità, né noia né dolore, solo l’intervallo intimo e perfetto della felicità.

Certo condizione illusoria e transitoria ma proprio per questo il vino divinizza quegli esseri abbruttiti dal mondo: rendere eterno il transitorio e l’illusione è caratteristica prima della divinità.

Rendere eterno il transitorio è l’illusione prima della divinità.

Fu una notte chiara d’estate che l’inferno esplose davvero in quel ricetto di larve e di sogni, e il sangue corse come vino sulle tavolate immense, tagli nelle carni come cicatrici nel legno.

La collera feroce si saziò tra quelle mura, Erinni annegate nei tini rinacquero spaventose e fulgide, tutto coprivano la morte e l’ebbrezza folle: fragore di mobilio rovesciato, sorrisero di morte i lunghi coltelli, si ruppero le teste come fiaschi vuoti, stritolate da confusi passi pesanti le membra stanche dei più vecchi.

Immoti erano gli occhi languidi e iniettati di sangue di coloro che l’alcool aveva trasformato in muschiosi spettatori dell’umana facezie, mentre la stanza intorno a loro andava riempiendosi di grida e lamenti.

Il pendolo ricominciò il suo esiziale oscillare, Tantalo urlò nella notte, rinacque il suo tormento, l’illusione si mostrò sfavillante lo Stige tornò a scorrere portando via i residui putridi di palude.

Le fiamme si alzarono alte, consumando ogni cosa come già il vino aveva ormai consumato le flebili vite di coloro per cui non ci fu un’alba dopo quella notte.

Fuori, ad attendere l’aurora solo due figure intabarrate, una bottiglia di vino scuro, incuranti di tutto e di tutti; divinità silvane perse in tempi non loro.

Due figure, chine, scure di un’oscurità compresa in se stessa.

Tra loro una bottiglia, piena, panciuta, lascia trasparire quel rosso che è di sangue come di rubino e che più di ogni altra cosa scalda e consola quelle sagome confuse, a fatica stagliatesi sulla bruma violacea del porto al mattino.

Porto come tanti, che sia  Istanbul, Barcellona, Marsiglia, Genova: molo antico, pietre che hanno visto galeazze, fregate, battelli e petroliere: pietre su quell’unico omerico mare color del vino.

Passa la bottiglia, ormai non più umile vetro ma calice prezioso, fiala di mistici cordiali e alchemici distillati, nuovo Graal per un’epoca che ha rinunciato a salvarsi e si lascia ormai condurre sul fondo dai narcotici vapori di una nuova bugia.

Le fiamme ormai erano domate nella vecchia cantina, tra i muri bruciati e i miseri resti dell’antico mobilio ovunque v’era acqua mista a vino, fuggito dalle grandi botti divorate dal fuoco, tutta la grande stanza era coperta per buona parte da questa soluzione il cui livello giungeva al secondo dei sei scalini che conducevano al livello della strada.

Domate erano le fiamme, solo un poco di vapore usciva ormai da quell’ipogeo odoroso di mosto e legno.

Fuori, nelle vie ora deserte, solo due figure, ieratiche a guardare il mare vasto e calmo ai loro piedi, in mano una bottiglia ormai mezza vuota.

Senza guardarsi intorno, avvolto dagli ultimi fumi dell’incendio ora spento, versò il vino rimanente in acqua.

Con tono solenne come di officiante recitò – Pour noyer la rancoeur et bercer l’indolence de tous ces vieux maudits qui meurent en silence-.

-Dieu, touché de remords, avait fait le sommeil; l’Homme ajouta le Vin, fils sacré du Soleilgli fece eco il suo compagno.

Nessun’altra parola uscì dalle loro bocche, silenziosi ristettero.

La macchia di un rosso cupo rapidamente si dissolse nelle acque turbinose di quel mare, sotto quella nuova alba che rinato accoglieva il Sole.

 

 

 

    

 

 

 

Nembrot alle 08:55 in: prosa, prostata e poesia
commenti: commenti (popup) | commenti

Di cavalli bianchi e clitoridi et altre mirabilie

giovedì, 21 settembre 2006

Perchè non è che fai la figa, che belli i sogni miei, vanity fair alla carlona per giunta.
Madame Bovary mi sta proprio sul cazzo, io tifavo per il buon Charles.
Se sei provinciale e vai a Parigi a tirartela sei pure ridicola, per di più sei già una tardona. Ma stai a casa no? Ecco madame Bovary ragionava col clitoride, e pure Flaubert a dirla tutta.
Siete tutte delle fottute madame Bovary, ecco.

A lot of white horses tomorrow, tutto il campo su 5000 cavalli bianchi
- ma io non so cavalvare come faccio?
- non preoccuparti, la mattina corsi di equitazione, pomeriggio si gira a cavallo
- tutti e 5000?
-tutti e 5000
-sarà bellissimo!!
eh sìsì

Un cavallo bianco per ciascuno.
E il mondo sarà un po' più bello.

A orio center ci aspettano due borse della Diesel
nere nè! mi raccomando, mettile da parte
torno dopo.

 

Nembrot alle 21:22 in: la mi vida
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

Hic sunt beones

mercoledì, 20 settembre 2006

è un racconto breve per un concorso, devo rifinirlo e il titolo naturalmente non sarà questo. Accetto, anzi sollecito, pareri e suggerimenti. Gracias.

 

Loco buio, sporco, poco si vedeva poco si voleva vedere, loco a metà, tra essere e essere percepito, incompiuto dava una sensazione particolare, di limbo, di sospensione.

Cantina povera, rustica, di tavoli sbozzati come bare intagliate segnati dal tempo e da consunzione, distruzione provocata da malanimo ed eccessiva consumazione.

Stanza disadorna, pareti nerofumo, interrata, unica luce nella notte del porto, bocca dell’inferno spalancata sul mondo, foce maleodorante di un Acheronte color del vino.

Ricettacolo notturno della schiera dei più, di coloro che il mondo fuori non accetta e non ammette, dannati consapevoli che si buttano volenterosi tra le fiamme alcoliche sempiterne che lì bruciano.

Ogni notte scenario sardonico della farsa umana e del suo disvelamento, le maschere danzano coi passi del coltello, incoscienti feroci varcano il confine tra vita e ciò che ne procede oltre.

Assenza d’intelletto e di coscienza per necessità, perché se non l’annulli la vita finisce con l’annullare te.

E non è detto che non finisca col farlo ugualmente.

Assenzio e fautore di assenze era colà il vino, rosso, scuro, pesante.

Quel vino che entra dentro e lì resta, occlude, riempie e appesantisce, che tutt’intorno ogni cosa rende fosca, dubbia, se non la penso la vita non è nulla, blocco di sinapsi, paralisi di gangli.

Si trasforma il reale, diventa sfumatura, schiuma d’esistenza: non ci sono problemi né preoccupazioni: solo vino ovunque dentro di te e perciò sopra ogni cosa.

Il tutto panteistico partecipa all’ebbrezza danzando e girando attorno al suo centro unico e perno e fulcro.

Si ferma il pendolo oscillante della quotidianità, né noia né dolore, solo l’intervallo intimo e perfetto della felicità.

Certo condizione illusoria e transitoria ma proprio per questo il vino divinizza quegli esseri abbruttiti dal mondo: rendere eterno il transitorio e l’illusione è caratteristica prima della divinità.

Rendere eterno il transitorio è l’illusione prima della divinità.

Fu una notte chiara d’estate che l’inferno esplose davvero in quel ricetto di larve e di sogni, e il sangue corse come vino sulle tavolate immense, tagli nelle carni come cicatrici nel legno.

Il pendolo ricominciò il suo esiziale oscillare, Tantalo urlò nella notte, rinacque il suo tormento, l’illusione si mostrò sfavillante lo Stige tornò a scorrere portando via i residui putridi di palude.

Le fiamme si alzarono alte, consumando ogni cosa come già il vino aveva ormai consumato le flebili vite di coloro per cui non ci fu un’alba dopo quella notte.

Fuori, ad attendere l’aurora solo due figure intabarrate, una bottiglia di vino scuro, incuranti di tutto e di tutti; divinità silvane perse in tempi non loro.

Due figure, chine, scure di un’oscurità compresa in se stessa.

Tra loro una bottiglia, piena, panciuta, lascia trasparire quel rosso che è di sangue come di rubino e che più di ogni altra cosa scalda e consola quelle sagome confuse, a fatica stagliatesi sulla bruma violacea del porto al mattino.

Porto come tanti, che sia  Istambul, Barcellona, Marsiglia, Genova: molo antico, pietre che hanno visto galeazze, fregate, battelli e petroliere: pietre su quell’unico omerico mare color del vino.

Passa la bottiglia, ormai non più umile vetro ma calice prezioso, fiala di mistici cordiali e alchemici distillati, nuovo Graal per un’epoca che ha rinunciato a salvarsi e si lascia ormai condurre sul fondo dai narcotici vapori di una nuova illusione.

Le fiamme ormai erano domate nella vecchia cantina, tra i muri bruciati e i miseri resti dell’antico mobilio ovunque v’era acqua mista a vino, fuggito dalle grandi botti divorate dal fuoco, tutta la grande stanza era coperta per buona parte da questa soluzione il cui livello giungeva al secondo dei sei scalini che conducevano al livello della strada.

Domate erano le fiamme, solo un poco di vapore usciva ormai da quell’ipogeo odoroso di mosto e legno.

Fuori, nelle vie ora deserte, solo due figure, ieratiche a guardare il mare vasto e calmo ai loro piedi, in mano una bottiglia ormai mezza vuota.

Senza guardarsi intorno, avvolto dagli ultimi fumi dell’incendio ora spento, versò il vino rimanente in acqua.

Con tono solenne come di officiante recitò – Pour noyer la rancoeur et bercer l’indolence de tous ces vieux maudits qui meurent en silence-.

-Dieu, touché de remords, avait fait le sommeil; l’Homme ajouta le Vin, fils sacré du Soleilgli fece eco il suo compagno.

Nessun’altra parola uscì dalle loro bocche, silenziosi ristettero.

La macchia di un rosso cupo rapidamente si dissolse nelle acque turbinose di quel mare, sotto quella nuova alba che rinato accoglieva il Sole.

 

 

 

    

 

 

Nembrot alle 15:56 in: prosa, prostata e poesia
commenti: commenti (22)(popup) | commenti (22)

About a cat

martedì, 19 settembre 2006

Galleggiando pacifico in un residuo di limbo vacanziero, tanto tempo libero, poco da fare, very relaxing indeed.

Voglio andare a Venezia. Settimana prossima ci vado, spleen dell'ultima ora immagino, però voglio rivedere i canali, la laguna, la magia ottomana di San Marco, i ponti e le calli.

Sperando che ci siano pochi turisti, confidando nell'assenza di guide per le quqali ormai covo un'avversione viscerale e volentieri sviscererei la cosa e ancor più volentieri ne spargerei le viscere su campi di cenere, che cuociano a fuoco lento nel loro stesso grasso e nella loro pseudo-cultura d'alta stagione per crucchi in calzini e sandali assetati di gossip e stupidi aneddoti inventati lì per lì su secoli passati.

Visto il Borella buonanima, gran persona quella, ce ne vorrebbero di più come lui. Contento per me  e le mie scelte, contento e ridente per le scelte di un'altra persona.
Che a volte le persone ritornano, come i gatti, ma a volte è troppo tardi, altre volte ci si guarda negli occhi e si scoppia a ridere, altre ancora semplicemente ci si ignora.

Pronto il racconto per il concorso della Feltrinelli. Teatrale, barocco, misticheggiante, solito.
Non vincerà, ma almeno sarà lì. Lo invierò quanto prima.

Il giorno che è morta la fallaci s'è dimesso tronchetti-provera.
Se schiattava il papa, arrestavano berlusconi e bossi si pigliava un ictus durante un comizio finendo i suoi giorni come un vegetale vivendo nella propria merda era la perfezione.

Ma sarà per un'altra volta.

Nembrot alle 11:31 in: penzieri paciosi
commenti: commenti (9)(popup) | commenti (9)

Gulp! Gasp!

sabato, 16 settembre 2006

Oggi ho avuto un discorso surreale con una quattordicenne.

Sono superficiale in quanto favorevole all'aborto e tendenzialmente un pazzo omicida.

Che poi la verginità non è una malattia. Anzi semmai è il contrario.

Bah.

disgustibus non disputandum. Semmai sputandum su certa gente.

E questo mi ricorda anche un Megliani che sosteneva che il preservativo non è affatto una protezione contro le malattie come l'aids. Del resto è lo stesso Megliani che per sapere se sua moglie era feconda o meno le controllava il muco nella vagina (gusto forte, odore deciso..mmh ottimo mese questo).

Che schifo.Io li metterei tutti nel colosseo. E farei uscire i leoni.

 

Nembrot alle 17:53 in: penzieri paciosi
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)