Che poi ci si chiedeva cosa ne sarebbe stato, cosa ne sarebbe poi uscito.
Forse nulla forse il tutto contingente a noi medesimi rotanti e pensanti a noi stessi pensanti, divinità da Subbuteo, schizzi di fango su una tavola lunga e bianca come una strada d'esate.
E il vento dell'estate accarezzava quei giorni che ancora estate non erano, che ancora non erano nulla, quei giorni da escursione termica caldo il dì, fresca la notte ma già con quel profumo di erba che ti faceva sognare campi infiniti di verde e azzurro, serate sempre uguali e sempre perfette.
Boschi di betulle sotto la luna avvinazzata, luna rossa sanguigna di arancia e vodka sour sotto le stelle, disegni e ricami spruzzi di alba nella volta notturna, notturno di cancelli alti e freddi, di siepi come morte, di noi due vivi in mezzo al nulla, dal tutto estraniati.
Carambole esiziali di vite vissute ma vitree allo sguardo dei più, diffidiamo di più la tirannia della maggioranza al potere e al servizio di una società che bramando il potere se ne fa serva a sua volta,
Non c'è corrispondenza diretta tra essere e apparire, tra contingenza e necessarietà, tra avvento dell'uber mensch e progresso del mondo, tra fumo e cancro alle corde vocali.
Non c'è corrispondenza con nulla che non sia un corrispondente coreuta con una carriola di carote corlamente apprezzate dai più.
E maledetti ancora siano i più, e le loro colpe ricadano sui loro figli e sui figli dei loro figli sino alla terza generazione affinchè il loro giuramento di mediocrità fatto con sangue di agnello mai nato e pronunciato sui tumuli di Iluvatar, non venga a compimento.
Concepimento pieno, di valori idee belle speranze e galline brachicefale, di gnomi deformi e oscuramente alti, tiranni e localizzati casualmente in brughiere rosse di fiamm vespertine e ridondanti di amori e afrori mai conosciuti,