Si affacciò nuovamente al ponte che in quanto tale era rimasto lì non potendosi allontanare pur desiderandolo, guardò nuovamente il fiume, quel fiume eracliteo non più uguale a prima, un continuo divenire un rinnovarsi da sé facendosi cosa nuova ma pur simile a se stessa: che se il fiume è per noi un certo tratto percorso da acqua, quando essa per la stessa definizione di cui prima scorre viene soppiantata da altra acqua, che è simile ma non la stessa precisa, quindi quel tratto in cui scorre la data acqua non è lo stesso di prima identico e preciso, ma un altro fiume fratello che ha preso il suo posto.
Guardò ancora le acque chiare, ma nemmeno tanto che questo nuovo fiume sollevava troppa sabbia dal fondo divenendo torbido.
Abelardo rimpianse il vecchio fiume, ma non rimpianse il vecchio sé, che ancora non conosceva quella giovine meravigliosa che d’un tratto gli aveva aperto gli occhi, i sensi e l’anima e l’aveva condotto nel suo personale simulacro di paradiso.
Decise allora di ritrovarla, di seguire il sentiero fino alla grande città tetrameccanica e cercare le tracce che la sua luce e il suo profumo dovevano necessariamente lasciare, tracce chiare e percepibili da un cuore come il suo.
Si incamminò così su quello stesso medesimo sentiero, invero uguale a se stesso sempre in quanto non è dato alla terra battuta di scorrere, a meno che il fiume non esca dagli argini portando via il ponte e la terra del sentiero, in quel caso forse sarebbe un sentiero diverso, ma per Eraclito il fiume era un esempio molto più comodo, con buona pace dei montanari.
Seguiva dunque il dolce clivo che seguiva il sentiero, cioè non che il clivo si muovesse davanti a lui come uno spirito-guida, solo il clivo era dato dal sentiero che seguiva la pendenza del terreno, null’altro.
Seguiva quindi il dolce clivo lungo il sentiero ed era più lieve il camminare poiché pensava a lei e a lei soltanto, si inoltrò così tra quegli stessi cipressi silvani e soleggiati in cui la stessa Eloisa si era avventurata.
Quand’ecco una voce lo chiamò, e fu tremore e fu sgomento:che quella voce era più antica di tutte le cose e certo più antica del fiume, della terra del sentiero, della grande città d’acciaio e del ponte.