C’è un nulla infinito di terra bruna e pietre e sale, attraversato da una sottile linea di liscio asfalto che come un filo invisibile lo attraversa disegnando ricami impercettibili, e su questa via evanescente c’è un uomo che cammina.
Questo nulla infinito è il centro di tutto, confine di ogni reale, terra di nessuno, luogo d’incontro dell’impalpabile rete di casualità insufflate dalle materie circostanti.
Lungo quella via un altro uomo cammina, in direzione contraria al primo; tra i due una panchina, un’oasi di frontiera, una fontana chiara alti funghi cangianti, illipe tutto intorno.
Non vi sono, dicono, due fiocchi di neve uguali, così non si penserebbe potessero esistere due uomini così simili che camminavano su vie così simili che come fili invisibili attraversavano speculari due terre così brune, morse dal sole.
I due giunsero a quella piccola isola di serena natura, si rinfrescarono alla fonte, curiosi guardarono l’illipe rigoglioso e gli alti funghi viola che lì abbondavano; poi si sedettero e straniti e sospettosi si osservarono.
L’altro finisce spesso con l’essere immagine antitetica a tutto ciò che cerchiamo a cui aspiriamo, è quasi vittima di una naturale e istintiva tendenza alla conservazione della propria sana autostima.
Si teme insomma di risultare in torto, di scoprire come erronei e opinabili i propri pensieri, i propri costumi.
È questa costruzione dell’io, che inconsciamente ci si impone, a impedire spesso una crescita vera e costruttiva.
Quando si incontra l’altro è tentazione spontanea quella di chiudersi, scappare dal dialogo, nascondersi sotto la sabbia.
“Sarebbe forse d’uopo che si fugga il dialogo, ci si pensi diversi e ci si ignori” disse uno.
“Sarebbe forse d’uopo che si fottesse l’atavico senso di panico per ciò che non si conosce”rispose il secondo.
“Che si fotta”
“Io sono Ibam”
”Ardalion”
“Pessima giornata per camminare, troppo sole, pare sempre che batta più forte sulle frontiere”.
“E’ il calore del confine, laddove mancano calore umano, vita e sensazioni ci si arrangia come si può”.
“Eppure qui non manca la vita, c’è illipe”.
“E funghi, funghi alti e viola, gran bei funghi diamine”.
“Ma, Ardalion, questa è vita ferma, stagnante, vita di confine che sempre resterà tale”.
“Pensi che per noi sia diverso? Non c’è redenzione in queste terre, la vita qui è alga e acqua morta”.
Silenziosi guardarono l’orizzonte di chissà quale terra, la linea piatta brunita dal sole, la terra rossa rosa dalla latitanza di idee.
Timori per quell’incertezza vissuta che chiamiamo futuro sedimentavano in quei cuori, la terra stessa sembrava trasudasse la mancanza di una prospettiva futura, non vi era certezza che l’indomani il sole sarebbe sorto, non potevi giurare che quelle terre rosse avrebbero continuato ad esistere.
“Questo maledetto deserto, lo odio, deserto,nuda roccia,prigione, non so nemmeno dire cosa sia diventato” sbottò Ibam.
“E’ la casa dell’apolide, primo non-luogo, taverna di mare e postribolo dell’universo.
È la fervida incostanza del dio, il sordido formarsi di trame.
E’ il senso profondo nella serica nullità di quegli alti funghi viola recisi e gettati nel pozzo, è il loro carico di morte, la vita che al contempo è in loro.
E’ terra svuotata e traslata, è il chiasmo dell’anima, l’orgia iniziatica del sentimento.
“E’ il nulla…”
“E’ tutto”.
Parole sovvennero ai due, parole belle, ricamate, concetti alti, visioni d’insieme, ma nessuno dei due parlò, che erano colmi della coscienza di essere in quel momento parte viva di quella terra dove non appartenevano a nessuno.
Non era l’incontro di culture quel luogo ma la negazione delle stesse, il trionfo dell’individuo privo della propria sovrastruttura.
Il grande rogo del mobilio, l’ultimo avamposto dell’Uomo.
“Sono partito per fuggire dalle responsabilità, da un destino già scritto, dal piatto ripetersi di giorni sempre uguali, da un amore che non è più” disse piano Ardalion.
“Si fugge sempre dal proprio destino, è più comodo che riscriverlo”.
”Ma non mi sono consumato sulle strade come speravo, e ora sono in questo limbo di nessuno, ma forse è solo tra l’illipe che posso ritrovare me stesso”.
“Forse è davvero così, forse Allah ti ha condotto qui con uno scopo preciso, forse è questa la tua meta”.
“Forse, o forse il caso o altro ancora, forse è proprio questo il mio posto”.
Ma cosa era a reggere quelle terre dimenticate dagli uomini e dalle burocrazie degli imperi? Il caso forse, o un dio, un dio che ormai era morto, un dio certo pazzo: caso o divino volere avevano lasciato architetture e geometrie di natura, vasti cortili di terra, cisterne di roccia e corridoi vasti come mondi, infinite sale sotto quel sole che bruciava.
Non c’era un nome per ciò che stava dietro a tutto quello, solo la sottile meraviglia per quegli alti funghi viola.
“E’ molto tempo che scappo sulle strade del mio paese, e ora mi ritrovo qui, in mezzo al nulla…in mezzo a tutto,e mi rendo conto che forse fuggire è vano, qui ormai tutto è finito”.
“Ti sbagli Ibam, questa è una frontiera, qui le cose finiscono solo per ricominciare qualche palmo più in là”.
“Dunque le strade non finiscono mai?”
“Conosci un posto chiamato Vladivostok?E’ dove terminano le miglia ferrate che attraversano come un filo invisibile un continente immenso; lì i destini si esauriscono e puoi solo guardarti indietro o ripartire da capo”
Guardarono in silenzio il sole basso e lontano e la terra bruna e i funghi e l’illipe.
Tutto era troppo bello per poter pensare di cominciare dal nulla vacuo: era il fascino della pigrizia molle della bellezza.
E ne erano avvinti.
“Valeva la pena lottare per tutto questo, valeva la pena restare vivi”.
“E’ la celebrazione delle cose in quanto realtà, è un tempio di confine alla natura comune del reale, un inno cantato dai cori tremendi delle viscere stesse di questo luogo”.
“Su queste strade si sognava qualcosa di migliore, pensavamo fossero un mezzo, invece erano la nostra meta”.
E sarebbe bello rimanere qui per sempre, sdraiarsi come un bambino nudo su questa terra – pensò Ibam.
E lasciarsi morire aspettando che l’autunno ci ricopra di foglie – pensò Ardalion.
E l’ultima immagine sarà quel sole basso e rosso e la terra tutt’intorno riarsa dai suoi raggi e ovunque la vespertina certezza d’aver ben vissuto- sembrò sussurrare piano l’illipe.