Guardatene bene, o Bamba, se in vita ambisci restare
Il silenzio è cura necessaria a volte, è come un peso che non ti riporta a galla ma a sguazzare tra le alghe amare nel fragore salmastro di onde cupe e acqua come pece.
E se l'assenzio non è il mio solo vizio, quanto l'assenza e l'assenso alla stessa, assenso silente e brutale nel suo reiterarsi ciclico come un rito, e se ora le mie mani sono avvelenate non è per viltà nè per leggerezza o candore, non è colpa se non ricade sui figli dei figli, il marchio di Caino, il marchio a falce, precipitato appiccicoso di nonsensi.
Non si può dire cosa sia vita, cosa sia coscienza, si può dire solo cosa non lo è, l'antivigilia del nostro sonno, la madre di tutti i destini; è come guardare stelle lontane e domandarsi se in quegli occhi cavi c'è ancora qualcosa che valga la pena trovare.
Non è nella meccanica sequenzialità di atti e superstiziosi gesti che si trova il vero, nè nella banalità pensosa delle religioni, non si trova se non in se stesso racchiuso e celato che non è pane per noi che pur i denti li abbiamo buoni.
Non c'è dissesto peggiore del dissenso, è dissenteria d'idee vane e vuote e un guscio di noce non va da nessuna parte, con o senza rondini.
L'attesa può essere oscenamente inutile, un misero spreco di se stessi come adornare bruchi di nastri e merletti: non v'è nulla al di fuori del nulla medesimo che si ammanta di reale.
E se reale realmente c'è esso è feroce come un pomeriggio d'inverno, ti stringe ti toglie il fiato ride di te stronca ogni parola tra i denti ti trovi a mordere polvere e cuoio.
Ritrovarsi a pensare se stessi pensanti è la maniera più igienica per accordarsi ai toni incalzanti di una musica soffusa come un tramonto.












1 Castore