Le strade del chiurlo dal becco rosso che, ahimè, non venne ascoltato XV

giovedì, 28 agosto 2008

Le Guardie lo presero e lo trascinarono fuori, lo buttarono sul fondo di un camion che subito partì alla volta del suo ultimo ritiro prima della fine.

Ma dentro di se’ sentiva che era già finita.

Sentiva che non vi era un domani, solo un ripetersi uguale di giorni simili a se stessi, era l’inferno, era l’eterna ripetizione delle piccole cose.
Non un gesto, non un pensiero che potessero dare libertà, lo attendevano giorni bui come di prigione e poi la fiamma accecante della condanna e poi da ultimo il Buio più grande, da cui lasciarsi avvolgere come un sudario.

Ma Abelardo più che per la sua sorte prossima e ormai certa penava per la lontananza da lei, lei che mai avrebbe rivisto, lei che stava ora in quel Palazzo che gli aveva dato la morte.

Il macabro carrozzone di morte su cui viaggiava andava sicuro per le strade oscure della grande città, per le vie di Karelias verso il crepuscolo, del giorno e delle vite di molti.
Dentro lui solo, poca luce filtrava dalle piccole feritoie del mezzo, una panca per sedersi, tintinnare di catene.
Gli doleva tutto, cominciava ora davvero a sentire le conseguenze del lungo periodo di torture, un giorno o una vita intera, non avrebbe saputo dirlo, passato nel Palazzo.
Si alzò in piedi a fatica e reggendosi alle pesanti e fredde pareti del camion si avvicinò ai piccoli finestrini.
Attraverso il vetro spesso e sporco vedeva rapide le case passare accanto a loro, i palazzi del centro, gli uffici del governo e quelli dell’Inquisitione, che orami erano espressione uno dell’altro, vide i loro grandi e severi templi, poi i palazzoni abitativi degli anelli più esterni della città, e gli venne da pensare al suo appartamento, che mai avrebbe rivisto e che sarebbe rimasto uguale a se stesso a marcire e coprirsi di polvere fino a quando qualcuno non l’avesse occupato trasformandolo in un’altra cosa pur mantenendone l’essenza, come cambiare l’acqua di un fiume mantenendone l’alveo.
E poi la Suburba, gli ultimi anelli di Karelias, terrazze e finestre, come un formicaio, pieni di vita e sogli disillusi, lì solo violenza, vodka e religione, oppio per la mente e per il corpo, sedare gli animi con ogni mezzo, era a questo che il potere aveva sempre mirato, con successo.

Nembrot alle 20:47 in: prosa, prostata e poesia
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I have a drum

lunedì, 11 agosto 2008

Orrore non è che il mezzo con cui approcciare il più della vita, se pensi che la tua vita meriti un approccio.

Pensi quindi di meritare la tua stessa attenzione? Ci vuole coraggio già per guardare nel pozzo e vedere cosa riflette, per vedere la luna.

Ci vuole coraggio già per guardare nel pozzo e vedere la luna.

La luna gialla, tonda, crudele e screziata che ride nel pozzo e vi affoga la tua anima, non credere di essere arrivato, oltre la meta ti aspettano i suoi denti come rasoi impietosi.

Ci vuole coraggio già per vedere la propria immagine riflessa, per reggere il proprio sguardo, serve coraggio per affrontare l’idea la possibilità che in quegli occhi speculari non vi sia nulla.

Né anima né dio, il tuo signore e padre e padrone non è lì a reggerti e governarti e sei spaurito, né anima né dio, né iride né viola o indaco, non l’arcobaleno non i colori non la vita, solo quella luna fredda e distante che ti irride.

E senti la sua voce come un sibilo tra le canne.

E senti la sua voce.

Vieni, ti dice, ed è la voce dei tuoi morti, vieni con noi qui tutto è più facile e bello, qui tutto va nel migliore dei modi possibili.

Vuoi dunque andare nel migliore dei mondi possibili? Finche morte non vi separi? Non avrai lì né salute né malattia, né ricchezza né povertà, solo la grigia normalità che è la più raffinata delle torture, e senti che fa male, senti le lame le senti nelle carni.

E senti i fili tirati dalle tue membra come di legno, senti i chiodi spezzarsi, i nodi del legno scoppiare, ti senti perso e perduto, ti senti solo e spaurito, senti la morte.

E nulla è ancora finito.

Senti quello che più vuoi sentire e più forte lo senti più lo senti lontano, consumati nella mancanza macerati nella nostalgia e nell’ilare brama che non può essere saziata.

Pensi che il pozzo sia eterno? Tu l’hai costruito giorno dopo giorno col sudore della tua fronte col sangue delle tue vene con le grida della tua carne alto hai innalzato il muro, nel suo diametro il tuo viso e il mondo intero, non vi sono dimensioni che sfuggano alla crudele realtà dell’irrazionale.

Non vi è una città intorno a quel pozzo ma tutte le città e le loro idee come singolarità e come corpus unico di sogni camini e cuori pulsanti.

Non vi è acqua nel pozzo, solo il buio dei suoi occhi una sera d’estate in cui ti rifiutò, solo il velo di tua madre quel pomeriggio triste di novembre.

Non c’è nessun pozzo se non ci sei anche tu coi tuoi dolori segreti e coeterni a te, l’acqua è profonda a sufficienza per immergerci il capo.

Non tornare su, forse che il mondo ha meritato mai uno solo dei tuoi respiri? Forse che il mondo meriti di essere guardato?

Tieni il capo immerso nell’acqua del pozzo, ascolta gli echi antichi dei pesci sussurrarti parole dolci come il miele, lascia che i loro canti ti conquistino, arrenditi al terribile destino che tutto assorda col fragore del suo incedere lento e impietoso.

Non pensare

Tieni il capo immerso nei tuoi cupi e truci pensieri più nascosti, sfiora la superficie dell’incommensurabile e dell’inconoscibile, dimentica ciò che ti è caro, la verità è la fuori, sarai uomo e dio e re e sacerdote, sarai il futuro di te stesso nella rovina di cui sarai alfiere.

Lascia che il pozzo si prenda tutto di te, affoga i tuoi dolori nel suo cerchio accogliente, torna nel suo grembo.

Torna al pozzo, che dal pozzo vieni e nulla più.

Dal pozzo vieni e al pozzo tornerai e la luna canterà per te il riflesso della sua canzone più mesta.

Nembrot alle 23:56 in: jayrbush pray
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Gang bang onirica

domenica, 03 agosto 2008

Sanno come prenderti, come farti loro, sono sorrisi seducenti quando tutti ti voltano le spalle, sono spalle amiche su cui piangere quando il fallimento è il tuo pane quotidiano, è ciò che vuoi nel momento in cui ti serve, ma è solo facciata illusione.
Se ti apri a loro i pesci sono denti che dilaniano, sorriso di morte, sono la punizione più crudele per il tuo essere fragilmente umano.

Scola un litro di buon vino, non farti problemi: la coscienza del peccato è una debolezza che non ti salva, il rimorso sarà la tua condanna.
Zittisci la mente, non pensare.
Quello che fai lo fai per te, basta lì, null’altro, i pesci sanno, vedono dentro di te.
Entrano dentro di te.
Resisti ai loro sorrisi stucchevoli, alle loro maniere affettate, sono solo maschere, e sotto di loro nulla, solo un sorriso che non perdona, un sorriso di morte.
Niente sotto ai loro occhi che non sia l’abisso, sono occhi gialli di luna e verdi di alga, sono occhi malati di una malattia che uccide te non loro, sono cicatrici che deturpano il lieve succedersi delle stagioni.
Sono la fine della tua interezza, ti dimidiano, ti divorano, prima gli occhi, poi il cuore, ma a quel punto il cuore te lo starai divorando da te.
Se ti fanno loro sei loro per sempre.
Sottraiti all’abbraccio dei pesci, è un abbraccio da cui non si sfugge, un contratto da cui non ci si sottrae una volta comprese le conseguenze.
Sfiora leggero le onde del mare dell’Oblio, gioca con le onde ma non interrogare i suoi abissi, terribili sono le risposte, terribile è la verità-

Vuoi la verità pellegrino? Non c’è verità, forse non ci sei nemmeno tu, certo non c’è questione su cui discutere, né un cielo sotto cui farlo.
Certo c’è il grande sconfinato mare, certo ci sono i pesci.
Altro non si riesce a pensare, solo il mare smisurato all’orizzonte, e dentro di esso i pesci, quei pesci crudeli quei pesci di morte.
E dentro di esso solo tu a galleggiare i capelli accarezzati dalla corrente, solo quei pesci affamati, quei pesci di notte.

E vedi la fine nei loro occhi, nelle loro fila di denti bianchi come le montagne più alte, spietati e fatali come le montagne più alte.

Rivedi in loro la tua infanzia i suoi luoghi. E nulla più vedi dopo.
Ti mangeranno gli occhi.

Fuggi pellegrino, non specchiarti nel mare dell’Oblio, prosegui rapido, non cadere nei suoi tranelli, non sostare lungo le sue coste, numerosi sono gli orrori che contiene, numerosi i loro nomi e le loro arti.
Uno solo il tuo destino.

Fuggi ratto, lontano, sulla terraferma ma non trattenerti, il nulla poi ti aspetta, il nulla pietroso e salato del vuoto sabbioso di vento, il nulla del lungo deserto.
Sono le sabbie del Sé, terribili e avviluppatrici.
Da perdersi nelle sue dune, tra le sue sabbie nei suoi disegni concatenati al nulla terribile del sole battente, unione di mondi e menti e vastità commisurate soltanto al terrore della follia a cui portano.
Cosa ne sarà del tuo viaggio lungo una vita, della tua esperienza lunga quanto la strada, cosa di quella vita lunga un viaggio, un secolo, un momento, non c’è tempo né misura per quello che si trova qui, per quello che aspetta te.

Non c’è altra spiegazione altra speranza al di fuori di quella miserevole possibilità unica di auto annullarsi, dormi ti dice il deserto, poggia il tuo capo sul mio seno di sabbia, non chiederti nulla, riposa figlio mio figlio del mio seno di sabbia, molte parole dolci come il miele ti dice il deserto del Sé, tante parole terribili come fiele.

Solo morte portano con sé, solo la sconfinata impietosa contingenza di destini tra te e ciò che immediatamente ti circonda.

Quando è spessa la tua corazza?

Quanti angeli ci ballano sopra?

Il deserto è più forte, il deserto ti sfinisce, piena di sabbia è la tua corazza, croste dure sul tuo viso, duna diverrai, non resistere abbandonati al giusto e materno abbraccio del seno sabbioso.

Solo il tuo bene desidera, sa cosa è giusto per te.

Sa che vuoi solo dormire, riposare le tue stanche membra scosse dal viaggio; tante cose sa il deserto e sa incantarti e incatenarti per sempre,sarà la tua gabbia e la tua vita.
Sarà la tua morte.

Forse non v’è più nulla, forse ancora una speranza la conservi e allora usala come uno scudo contro il terribile avanzare delle sabbie, come una diga ferma questo fiume impazzito, resisti al suo insidioso chiamarti.

Sei a casa, ti dice il deserto, resta con me, qui trovi ristoro qui trovi amore, qui trovi dimora per i secoli a venire, qui trovi giaciglio guanciale e cilicio.

Dimentica qui le tue pene amore mio, ti dice il deserto, scoprine qui di nuove amore mio, il deserto ti sussurra.

Lo senti vicino a te, ti capisce ti parla, sa cosa vuoi, sa cosa è giusto per te.

Qui con lui pensi di trovare gioia e pace, ma solo consunzione ti aspetta, solo il fiorire di sangue sulle tue piccole mani.

Non c’è più futuro qui di quanto ce ne sia in una coppa svuotata, in un tripode spento.

Solo sabbia e ancora altra sabbia, dune dopo dune dopo dune, e poi dune ancora e sabbia e sabbia, e poi rabbia ma oramai è tardi e solo è altra sabbia ancora, ed è tardi per tornare indietro, è tardi per rompere il patto che è patto di sangue, è fiorire di firma sulle tue piccole mani.

E’ tardi amore mio, ti dice il deserto – baciami amore, ti dice, baciami e perditi in me, oramai è tardi, tanto vale dormire, non andare avanti, è tardi amore ti dice.

E’ crudele il deserto, è crudele come il sale nelle ferite, come l’amore nella vita sa farti male ed essere dolce.

Sa ucciderti dicendoti parole d’amore, sa parlarti di futuri insieme, di mobili da comprare per la casa di una vita insieme piantandoti un coltello nella schiena, lasciando che il topo del deserto si faccia in te la sua tana.

Cedi per un attimo a lui e farà di te l’ombra di te stesso, cedigli e diverrai solo un’intenzione mancata.

Se cedi al suo amore diverrai come pietra, e vagherai tra le sue sabbie come un pazzo, scavato e consumato come una candela antica, braci i tuoi occhi, ragni le tue mani, pazzo andrai come in mezzo alla disperazione più nera.

Non sperare nella sua pietà che solo conosce il maglio di ferro e la fiamma e l’olezzo di carne morta nei suoi abbracci sabbiosi.

Conosci tu l’orrore?

Viaggia folle nelle sue immensità, ama il suo bruciare, il suo sole sempre fermo sempre su di te, canta il tuo amore ma le sue orecchie saranno sorde.

Conosci tu l’orrore?

Vaga come pazzo nelle sue gole più nascoste tra antichi circoli di pietra, tra le colonne di marmo senza più un perché, come loro diventerai, e  nulla più.

Un altro trofeo per il suo cuore senza fondo per la sua malata idea d’amore.

Amerà il tuo soffrire senza un fine, eternamente lo reitererà, ti prometterà amore ti darà tormento e lo sa glielo leggi nella voce crudele e fredda e altera.

Altri non sei che la sua vittima tra mille altre.

Ti promette amore ma solo vuole un corpo in più tra le sue braccia di sabbia, un’altra colonna in circoli ora muti che un tempo gridarono la loro perdizione nei suoi tornei amorosi ma non sarà che sterile retorica e cavalleria ormai morta e dove ora biancheggiano le ossa gridavano i cavalli e i cavalieri rossi di sangue e d’ira e d’amore folli tra loro combattevano, combattevano perché dentro di sé ne erano sospinti, perché la luna glielo diceva la luna col suo sorriso crudele di morte, la luna che rideva folle e sdentata gli occhi persi a chissà quale orizzonte di fiaba e d’orrore e chissà cosa avevano visto i suoi crateri certo altro sangue altra morte, solo fiori spezzati e ossa secche e fango a coprire le sofferenze.

Conosci tu l’orrore?

E’ una stanza vuota, è una cappella in cui muoiono i destini mentre fuori splende il sole, è dormire al tramonto, vegliare la morte del sole.

E’ guardare nel profondo delle gole e dei crepacci delle sue rocce, è guardare il cielo chiaro da far male e pensare alla pioggia che non arriva e mai arriverà.

Conosci tu l’orrore?

E’ quel sole crudele che non ti lascia mai, che ti segue passo passo, che sa dove andrai, che già ti precede.

E’ l’abbraccio del deserto che non ti lascia e mai ti lascerà, è l’amore che ti uccide.

Dormi amore mio, ti dice il deserto, ferma il tuo cuore che batte impazzito, ferma il tuo respiro profondo, dormi amore mio ti dice il deserto, dormi e non svegliarti.

E ti dirà parole che sanno d’amore e d’altri tempi in cui Bellezza e Virtù erano i suoi nomi e sarà ancora meno dolce annegare nel suo abbraccio di sabbia.

Ribellati e sarai domato e punito.

Rilassati al suo volere che non conosce freni e sarai parte di lui, e ti consumerà e brucerai come una fiamma tutto di colpo.

E vivrai vite di coyote lunghe un attimo lunghe un’era,  e vedrai imperi nascere e crollare e vedrai fiori sbocciare.

E vedrai uomini venire e uomini perdersi nelle sue vastità, farsi di pietra diventarne parte e abbracciare il suo rotondo abbraccio di sabbia e amore.

Cerca un’oasi nelle sue miglia sempre uguali e troverai solo buchi di roccia e grida e pianti e stridere di ossa sulle pietre.

E saprai che non c’è ritorno nel deserto del Sé per chi di fronte a lui si china e mostra il collo, non sottometterti alla sua forza e al suo amore malato o diverrai sabbia e pietra.

Sabbia e pietra diverrai.

Conosci tu l’orrore?

Nembrot alle 00:53 in: jayrbush pray
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Jayrbush Pray

sabato, 02 agosto 2008

Mente, corpo, karma o cakra, vaccate, nulla di reale se non la consapevolezza del non esserlo, negazione egoistica di sé e degli altri, fatti un giro sulla giostra del niente.
Fatti un giro qui, nella Coney Island del Dubbio e del Difforme, scopri i mostri piagati e multiformi che occhieggiano da dietro le sbarre, che ti sorridono con quel sorriso senza denti, pericolosi come la luna, occhi da predatore, cuore di nebbia e bruma e poco altro oltre alle cattive intenzioni.
Ma possono dannarti le cattive intenzioni, basta il pensiero e per te è finita, non è altro che questo, intenzione, pena; causa, effetto: è semplice, è elementare, anche un babbuino capirebbe il nesso, ma solo un pazzo potrebbe guardare nella mente del dio molle e idiota che l’ha pensato.
Solo un folle potrebbe sporgersi nell’ebbro buio pozzo della mente dello stolido dio-padre-padrone, è come raccogliere la sabbia del deserto con un setaccio: puoi restare lì per mille e più anni e ti troverai al punto di partenza, non sarai più saggio, solo più folle.
E più vicino all’estasi.
All’estasi che non ti fa tornare indietro, non c’è ritorno da questi luoghi, biglietto di sola andata per l’inferno, per la via di mezzo, né qui né lì solo schiuma a lambirti le caviglie, solo nubi plumbee su di te, non c’è un orizzonte, non c’è una casa a cui tornare, è l’attesa eterna ed eternamente reiterata nei gesti e nelle intenzioni.
E’ la dannazione della noia.
E’ il mondo che va avanti senza di te.
Non tutte le corse sono per tutti gli uomini, a volte si è sbalzati via.
Non c’è ritorno da questi luoghi,

solo la tacita

notturna

consapevolezza di non esserci più.

Non pretendere di sapere cosa sei, cosa fai, non pretendere di sapere la verità, soprattutto non credere di poter pretendere una verità.
Solo menzogne sono il pane del figlio dell’uomo, solo ottenebramento il suo sangue, ti perde, ti porta lontano sulla risacca, segui la corrente, scopri quanto è profonda la sua tana.
Segui i vortici della vergogna, non temere di smarrirti, non c’è una strada da seguire ma solo passi da ripercorrere.
Miglia da percorre, prima che sia buio.
Non farti sorprendere dall’oscurità, non nel bosco del Pianto.
Non qui, con questo verde cupo, queste fronde nere, mille occhi ti guardano, mille occhi ti giudicano: guai se sarai giudicato mancante.
Non vi è perdono qui, non indulgenza, la carne pagherà per la carne, saranno rinnovate le tue piaghe, bruciati i tuoi occhi.
Vedrai attraverso altri milioni come te, saranno i tuoi occhi, sarai la loro coscienza.
Il tuo dolore sarà il dolore di tutti, il loro dolore sarà il tuo. Amplificato, portato all’apice, esaltato fino a sembrare un cuore che batte.
Senti i tamburi, vengono dal bosco, dal cuore del bosco, dall’angolo più fondo, più nero, sono i tamburi che battono nei pozzi senza fine, orrori senza nome percuotono le spesse pelli tese; senti i tamburi, vengono dal bosco, chiamano a raccolta gli ultimi bagliori di morte al crepuscolo.
E’ la notte, inizia la sua battaglia, l’accoltellatrice del sole, raduna le sue forze, è forte stanotte e ha fame.
Non farti sorprendere dall’oscurità, non nel bosco del Pianto.
O la notte farà di te la sua preda, sarai il suo olocausto, la sua preghiera scritta col sangue sulla coltre di pece del cielo.
Non c’è redenzione, solo il perpetuo roteare della mente nella mente stessa.
La follia.
Non farti sorprendere dall’oscurità, non nel bosco del Pianto.
Non fidarti dei tuoi passi, già tramano per perderti; non fidarti dei tuoi occhi, già fremono nell’estasi ultima del tradimento; non fidarti del tuo cuore, già ti sta avvelenando.

Non c’è pace quaggiù, per sempre sentirai gli archi tendersi, le spade cozzare, gli scudi frantumarsi e le belve nutrirsi della carne palpitante dei pellegrini, e la notte bere il sangue del figlio dell’uomo.
E la notte prosciugarti le vene, e l’alba ti troverà trasformato in roveto, spine dalle tue carni, legno nodoso a coprirti le membra, foglie saranno il tuo ultimo mantello.
Il seme è piantato quaggiù nel bosco del Pianto, il sacrificio sarà rinnovato, al crepuscolo sarà vendicata la verità mendace.
All’apparire della prima stella sentirai le fronde urlare, la terra scuotersi dal suo sonno.
Non c’è redenzione, solo la luna e il suo ghigno crudele, solo il sangue a riempirne i crateri.
Solo la luna e il suo ghigno crudele.

Guarda le sue orbite vuote, cercaci la vita, vi troverai la limacciosa minaccia di uno sguardo che oramai non è più.
Vi troverai soltanto i tuoi desideri mai sopiti, e faranno di te cibo per le loro creature, figlie di un folle estatico delirio.
Cibo per le loro creature.
Sbatteranno le loro ali sul tuo corpo facendone strazio, masticheranno il tuo fegato i tuoi desideri mai sopiti, uccideranno il loro dio-padre-padrone per non averli creati a sua immagine e somiglianza, per averne fatto cose a metà, per aver dato loro ragione sufficiente per capire di non avere anima.
Per averli resi oggetti di se stessi.

Per averne fatto null’altro che stracci per pulirsi la coscienza.
E’ la vendetta di un Edipo cieco e pazzo, Colono mai accoglierà quel mostro misconosciuto che nel bosco del Pianto finirà la sua eterna notte.
Tra i cespugli, così dico, recita la tua preghiera più lunga, spera che loro non ti sentano, ma gialli e crudeli sono i loro occhi, profondo il loro sguardo, forti le loro ali volano al di sopra delle tue speranze.
Rapidi e silenziosi le ghermiscono.
Ti mangeranno gli occhi, lo sai, quegli occhi che hanno desiderato, quegli occhi che hanno bevuto con avidità alla coppa della vita, ora che si deve pagare il conto.
Non puoi soffocare i desideri, non nel bosco del Pianto.
Non puoi soffocare la notte, non nel bosco del Pianto.
Corri lontano da qui, corri fino a quando le gambe ti reggono, corri ratto, fino al mare.
Corri ratto, fino al nero mare dell’Oblio.
Naviga leggero le sue acque color del vino, le sue acque color del giorno.
Osserva l’intrecciarsi dei destini nei delicati giochi delle increspature, ti sorridono i pesci, ti guardano i pesci.
I pesci lo sanno.
Glielo leggi in quello sguardo.
I pesci sanno.
Ti conoscono meglio di quanto pensi, loro ti scavano dentro, ti scavano la fossa, sanno cosa contieni, sanno quanto desideri unirti a loro.
Vai con i pesci nel cupo mare dell’Oblio, mare color del vino, mare color di morte.
E’ uno sguardo che sa quello dei pesci, molte cose si odono laggiù.
Molte cose si sanno, e presto sapranno di te, presto ti chiameranno a loro, e il loro sarà un abbraccio.
Abbandonati a loro, ti chiamano dolci, ti vogliono.
Il loro sarà un abbraccio.
Non resistere, non dire di no, i pesci lo sanno che è meglio così, è dolce la vita nel mare dell’Oblio, vai a giocare con loro, tra le onde, i flutti e gli scogli.
Il loro sarà un abbraccio.
Vai con loro a rincorrere i sogni, tra le alghe nei fondali più impensati, guarda con meraviglia i cangianti giochi di luce della loro pelle.
Il loro sarà un abbraccio,e da quell’abbraccio non ti libererai mai più.
Vai coi pesci del mare dell’Oblio, vai a morire con loro.
Loro sanno.
Che altro non desideri, se non il coraggio per farlo.
Affacciati sul mare dell’Oblio, guarda, specchiati nei vortici schiumanti, riflettono il tuo volto, guardati reggere il manto della notte, guardati mentre i pesci già ti abbracciano, giorno per giorno

da

sempre.
Guarda i pesci abbracciarti, lasciati andare, lasciati cullare, è dolce il suono del nulla quando spegne il brusio del sottofondo quotidiano.
Cavalca le onde, cavalca il tuo destino, senti potente in te la vita e il giorno e l’alba, non guardare nell’acqua, non guarda i pesci negli occhi.
Loro sanno come prenderti, loro sanno come perderti.
E sanno come farti amare il loro abbraccio, come fartelo desiderare, e sentiresti che nulla al mondo vale più di quello per te.
Loro sanno come perderti.
Ti mangerebbero da dentro, lascerebbero un vuoto involucro, degno ospite per le loro uova color del vino, le loro uova color della notte.
C’è un odore sul mare dell’Oblio, è un odore di cose che ormai non ci sono più, un odore di cose ora scomparse sul fondo del mare, è l’odore dell’abbraccio dei pesci.
Oh sì, loro sanno come prenderti.



Nembrot alle 00:38 in: jayrbush pray
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