Monster Ray Manifacturing

lunedì, 28 dicembre 2009

Se il nulla è ciò che hai tu credi che sia anche ciò che possiedi, e invece non riesci a vederci attraverso per scorgere l’infinita ricchezza che t’accompagna.

Non vedi oltre quel cielo nero la fulgida grandiosità dell’infinito e le sue galassie che si rincorrono avvolgendosi pigre sull’asse di quel nulla che tu disprezzi, non vedi il candido nitore delle esplosioni nei più remoti recessi di quel nulla che ti sovrasta, l’energia liberata, i mondi che nascono e muoiono e ti disperi guardando i fantasmi di astri che non sono più.

E mentre stai ignaro in quel prato sconfinato e sordo ai tuoi lamenti sopra il tuo capo esplodono soli altrettanto ignari di te.

E tu così lontano.
Senti il fragore della materia che si libera dal giogo delle forze?
E tu troppo lontano.
Nessuno ad udire quei boati.
E tu troppo preso da te stesso.
Pensi che il tuo mondo sia tutto lì, le tue disgrazie, il tuo vagare nella palude, il tuo lottare contro quel mare terribile mentre intorno a te danzano i pesci, pensi davvero che i tuoi problemi siano lì, insolubili e minacciosi.

Ti senti impotente, vittima sballottata da quella marea vischiosa. Eppure qui la verità è che fintanto che puoi vederli i problemi non sono davvero più grandi di te.

Vai lì fuori.

Grida quello che senti, dì che non hai paura, urlalo ai tuoi demoni, agli spettri delle battaglie che ancora si aggirano tra le torri in rovina, ai pesci, dillo nelle vuote sale ciclopiche che degli antichi conservano solo una memoria vaga.

Dì che non hai paura, è solo una palude, è solo una pianura per quanto vasta, non è che un bosco, non è che mare.

Non sei prigioniero di questo mondo più di quanto non lo sia della tua casa.

Tu l’hai creato, tu ne sei il punto calmo nella tempesta che la tua mente ha scatenato contro se stessa, per accecarsi, per farti dimenticare ciò che hai realmente.

Tu sei l’orrore di quel mondo, tu ne sei l’ordine.

Guardati intorno, non c’è nulla che tu non possa controllare, sei tu che detti l’ordito della trama, tu che ne conosci nel profondo il corso.

Non vi è nulla che non possa fare se non comprendere te stesso.

Dentro di te v’è la mappa di queste lande, il loro segreto, il loro cardine.

Se tu non fossi così impegnato con te stesso e le tue miserie lo vedresti, se non fossi sommerso dall’illusione di essere già finito riusciresti a vedere dentro di te e scoprirti demiurgo di ciò che senti e vivi.

Riusciresti sereno a guardare il cielo cupo sopra di te e attraverso quel nulla apparente scorgeresti le stelle danzare e il caos cangiante delle nebulose e sentiresti, oh sì, il grido che atterrisce di innumerevoli soli che esplodono trascinando con sé milioni di pianeti e di possibilità.

Ma sei così lontano da te stesso.

Troppo lontano.

Troppo.

Per vedere.

Se solo vedessi.

Se solo vedessi la meraviglia intorno a te, oltre gli alberi ritorti e la spiaggia pietrosa, oltre le rovine memorie di fasti che non sono più.

Oltre il giallo folle degli occhi dei pesci.

Se solo vedessi oltre te stesso la complessità della rete che fili ogni giorno, se solo trovassi le giuste dimensioni per ogni cosa.

Ci vorrebbe così poco per avere di fronte a te l’universo, ci vorrebbe così poco per riuscire a capire ciò che porti dentro.

Nembrot alle 21:48 in: jayrbush pray
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Why not

lunedì, 31 agosto 2009

Non c’è strada che porti lontano da qui, non c’è via che conduca in un luogo sicuro, non v’è più casa, non un focolare o volti amici ad aspettarti.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, ma non potrai mettere mai abbastanza miglia tra i tuoi occhi e i denti dei pesci, ossa bianche di un candore baluginante che ti inseguono nella notte più cupa tra i più incerti sentieri.
Non sei mai solo qui.
Attraverso i boschi, le paludi, le distese aride, i prati e le acque morte non c’è futuro lineare, solo un ciclo senza scampo tra il terrore e il bisogno.
E tu pendolo altalenante oscillerai per sempre in questa cassa terribile coi tuoi fessi rintocchi senza futuro, senza passato, solo un presente infinito come l’abisso ai tuoi piedi, un tempo che non esiste più permeato di incoscienza in cui cullarti piano, in cui dormire.
Ci sono certe sere qui in cui le grida si spengono, i pesci dormono il loro sonno senza memoria e appaiono costellazioni sconosciute nel cielo scuro e sereno.
Sono notti in cui provi la vera serenità, anche se tutto attorno a te sta cadendo a pezzi, anche se tutto quello che fai è la cosa sbagliata.
Riesci a volte a trovare la ragione anche nelle peggiori follie, trovi l’amore nell’abbraccio insidioso delle brume del mattino: senti l’anima battere all’unisono col cuore sotto la fredda luna che si riflette nel mare.
Guarda la pallida falce, la tenue luminescenza irreale che emana, ascolta in silenzio sentirai la sua nenia giungere a te attraverso le stelle, il riverbero dell’universo nelle tue orecchie.
Senti il nulla specchiarsi nei tuoi occhi, nei pozzi vuoti e neri di un animo intrappolato nel vasto cosmo, senti sulla tua pelle i venti gelidi che spazzano gli astri ormai spenti.
E’ tutto quello che hai di reale di fronte a te, l’essenza stessa della realtà di cui tu sei espressione rifratta e aberrazione.
E’ l’unico legame che rimane tra te e quello che definivi il tuo passato in un mondo in cui il tempo ancora faceva valere le sue leggi.
Non disprezzare quel nulla cupo sopra di te.
E’ tutto ciò che davvero possiedi.
E’ tutto ciò che hai.


Nembrot alle 21:20 in: jayrbush pray
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punic war II

martedì, 19 maggio 2009

Non è sempre destino ciò che accade, spesso non è nemmeno caso ma il maestoso incedere degli eventi, senza uno schema ma lontani dal caos, come le costellazioni e i fili di tela sui rami.
Non è destino, ma non per questo è meno ineluttabile, non puoi scappare dalla sabbia che t’avvinghia e ti tira giù, e non serve dire che non è il tuo fato.
I pesci non hanno orecchie, solo denti.
Non hanno cuore le montagne di questi posti, caverne sì, laghi sotto le montagne e sale e vuoti infiniti nel buio.
Sulle montagne le rovine, antichi muri e merli sbrecciati, solo i mattoni a guardare la piana erbosa e i martìri che v’affondano.
L’urlo del vento tra ciò che è stato eppure ancora è, una canzone triste che ti ammalia e ti lascia immobile come gli alberi, e se l’ascolti diverrai come loro.
Muto, grigio, perso nei tuoi pensieri mentre il mondo ti si arrampica addosso senza remore, si costruisce in te il suo nido, aspettando il fulmineo risolversi di quel non destino.
E’ destino del mare finire in se stesso, è destino della terra finire nel mare, il confine della tua vita è circolare e non puoi che girare lo sguardo tra l’erba.
E solo le montagne tutt’attorno.
E le rovine in costa sui ripidi baratri, ed echi di antichi fuochi sulle cime ora spente.
Dove sono i cavalli che irrompevano nella piana fieri e terribili? Dove le grida e lo stridore che li montavano?
Dove il tuo cuore?

Nembrot alle 22:32 in: jayrbush pray
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fear of the duck?

giovedì, 26 febbraio 2009

C'è qualcosa di più poetico del lento decadere della bellezza nell'incedere dell'autunno dell'anima? Nulla che non sia predestinato può essere tuo sua sponte, il resto puoi prenderlo, ma il resto potrebbe anche prendere te, non vi è predatore che non sia qui appeso a un amo e irriso appeso all'amore crudele di occhi di colore diverso.
C'è una parte, ce n'è un'altra, il doppio è una bella fregatura, il discernimento è pure peggio, è la vendetta del nulla da cui vieni, è il tuo destino da cui non c'è riscatto.
Puoi cambiare volto e cambiare abito, puoi cambiare idee, puoi cambiare coscienza ma qui ti riconosceranno sempre, e ci sarà sempre per te un posto alla tavola imbandita delle occasioni mancate.
Oltre queste porte sarai sempre figlio e figlio caro, torna nell’ombra del ventre materno, torna nell’ombra putrida che ti ha generato coprendoti di fiori per dimenticarsi di te, torna alla tua sorgente e guarda il riflesso nell’acqua sporca, e dimmi se mai hai creduto di essere tale.
Al cadere delle foglie, all’arancione del sole sanguigno lontano dietro le valli guarda alle tue spalle e corri rapido, che la tua ombra non ti raggiunga, o ti ruberà il cuore e si ciberà di te, il doppio è una gran fregatura ma quando questo è un destino allora non vi è scampo se non nel buio delle tue caverne.
Non temere di esser solo in questa piana fosca, tra le nebbie e i gas c’è più di quanto vorresti trovare mai, qui certo non è una mano che ti sarà negata, ma attento agli artigli nascosti da quell’odoroso e gentile guanto, sotto il raso v’è il rasoio e attende te.
Non guardare il dado mentre gira, non si sfida altero il destino, non si guarda negli occhi, abbassa lo sguardo, china il capo e forse sarà magnanimo.
Non cedere alla tentazione di crederti superiore a quello che vedi perché in queste terre un passo falso è spesso l’ultimo che ti resta da compiere.

Davvero non si può restare a guardare le foglie danzare nel cielo d’autunno, non sostare sulle rive del lago, o verranno a prenderti e ti guarderanno coi loro occhi tondi come dorati e sarai felice di andare con loro e sarà un piacere sentire i loro piccoli denti e sarai la loro preda, appeso all’amo amaro dell’amore dei loro occhi.

Ma non disperare, c’è sempre una seconda possibilità, nulla è mai definitivo, solo il loro giudizio, ma non le loro azioni,non le tue scelte.
E se al cadere delle illusioni e delle nebbie non saprai dove andare perché solo nelle tue solitudini hai visto ormai il fondo dei tuoi stessi occhi e vi hai letto il tuo fato allora non disperare perché oltre quelle porte ti si aspetta come si aspetta un figlio a lungo atteso e un posto per te è sempre pronto alla tavola ricca delle occasioni mancate, che sia di ospite o di portata, quello solo le onde dei fiumi scuri di quella pianura lo sanno.

 

Nembrot alle 18:55 in: jayrbush pray
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Punic War I

venerdì, 24 ottobre 2008

E’ ben oltre il visibile quello che qui deve spaventarti, sotto questi prati verdi stanno i morti a  nutrire i giovani arbusti, nel sangue poggia le radici il bosco antico.

Non è in ciò che vedi che sta la tua angoscia, ma nel sottile e sotterraneo continuo scavare dei tuoi dubbi, in un lavoro lungo e metodico che ti lascerà vuoto.

Nelle sconfinate praterie di queste terre, nell’erba alta, lì trovi il suo reale volto: armature e spade ad arrugginire da secoli, ossa a biancheggiare sotto il sole, orbite vuote a guardare trasognate ricordi di antichi massacri.

Non senti il clangore dell’odio?

Lo scorrere lento del tempo?

Il nitrire dei cavalli?

Eppure proprio qui sventolavano stendardi, risuonavano corni e grida d’uomini vivi, eppure ora nulla resta se non l’erba a ricoprire tutto e quel piccolo fiume dalle acque nere e turbinose.

Nulla più della gloria, nulla più dell’onore.

Conosci tu l’onore?

Non v’è traccia più in queste contrade, solo un velo tetro che copre tutto, non più fasti, non più ori per chi ormai non è che polvere e ossa e vecchi ferri, a nutrire quella terra assassina.

E ora i cavalli che furono possono solo ricordare come era correre ora che non sono che ricordo, non possono che nitrire di notte l’orrore dei sogni di morte.

E sempre rivivere quel giorno di morte.

E sempre rivivere la morte e la paura, l’odore acre della fine, quel vento pesante e l’umidità della palude, e quel sole impietoso che accecava e non scaldava, e quel giorno ebbero freddo gli uomini nelle loro armi pesanti, un brivido interruppe i canti e le grida, e tutti videro che sarebbe stato giorno di morte.

Non c’è ora neppure quasi il ricordo di quelle armate immense, pronte a scatenare il tuono per un qualche loro dio e ora nulla più che materia sotto l’erba verde.

Dove sono gli ideali, dove quegli uomini che si sentivano immortali?

Non siederanno più alle loro tavole che ormai non sono che macerie e dolore.

Non è in ciò che vedi l’orrore vero di queste terre ma in ciò che contengono, non nell’apparenza ma nel profondo dei suoi occhi neri.

Davvero credi che ci sia una via d’uscita?

Non ve ne sono state mai, non qui, non c’è nulla da raggiungere e se anche ci fosse sta sicuro che lungo la via già è stata decretata la fine del tuo viaggio.

 

Nembrot alle 18:53 in: jayrbush pray
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California weeping

domenica, 21 settembre 2008

Non vi è via di fuga dall’omicida geografia della mente, la peggiore prigione è quella che ti costruisci da te, non c’è bricolage che regga il confronto con le catene del proprio cuore.
Non puoi credere di essere prigioniero di una forza estranea, è solo il tuo io che ti tiene lì, perché certo sono preferibili i pesci e i loro denti piuttosto che la verità.

Meglio certo finire nelle più putride profonde profondità di qualche lagunare e privato inferno, meglio certo non ricordare nemmeno il proprio nome, meglio certo impazzire al sole fisso e impietoso del deserto che affrontare le vacue paure che si annidano nel buio.

Non chiudere gli occhi, non c’è nulla nel buio per cui valga la pena esiliare i colori, teniamo le verità lontane da qui.

Non c’è posto per queste cose nelle contrade che solo tu puoi percorrere, solo menzogne e denti come pugnali.

Ti porteranno via il cuore, ti porteranno via la luce, ma sempre ti resterà quel brivido freddo che ti assale guardando il freddo e cupo mare, i turbinii e le titubanti increspature delle paludi.

Conosci tu l’orrore?

Guardalo fisso negli occhi ciechi e folli degli animali prigionieri del deserto, cercalo nei crateri terribili di quella luna stolida e crudele.

Conosci tu l’orrore.

Puoi chiamarlo come vuoi, fato, satana, dio, noia, ma lo sai, per quanto tu finga di nasconderlo, nulla ti costringe in quell’orribile malata follia, sei tu l’architetto e il condannato in quel labirinto murato.

Ancora credi che sia solo ciò che vedi?

Nembrot alle 20:13 in: jayrbush pray
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Fishy fishy fish

mercoledì, 03 settembre 2008

L’acqua del pozzo è fonda e nera e putrida, è acqua che nega la vita, che grida la morte, viene da lontano scavando la terra, l’acqua delle paludi, degli acquitrini del Silenzio.

Non una voce non un suono in quelle acque morte, solo lo schioccare feroce delle mandibole degli alligatori, non c’è vita qui, solo cose morte.

Tutti galleggiano, nessuno va a fondo, il fondo ti respinge, come tutto qui del resto, la vita per prima, non hai futuro ai bordi delle paludi, non hai più passato se ti addentri nei vapori della palude, il tuo presente è un alligatore cieco qui nella palude.

Meglio non chiedersi nulla, meglio girare alla larga, non vi sono sentieri sicuri qui: ogni sicurezza è una farsa, una trappola, è il fato che ti fa sentire al sicuro prima di darti l’ultima mazzata, se qui ti senti per un attimo a casa sta sicuro che il tuo sentiero non prosegue oltre.

Ma è così accogliente qui, caldo, umido, è il posto in cui più vorresti stare, come puoi volertene andare da questo amorevole grembo?

Non vedi l’acqua scura né le viscide bestie che l’abitano, i vapori ti avvolgono e tutto si dipinge d’oro e celeste, diventa un campo di grano in un pomeriggio di prima estate, un felice ritorno alla tua fanciullezza.

Eppure quelle spighe che accarezzi non sono che erbe lacustri, quel sole che ti accarezza il volto non è che la luna crudele coi suoi raggi deboli e freddi, non sono colline quelle che vedi in lontananza ma alberi tra la nebbia, non è il tuo amore perduto che baci appassionato ma un alligatore che si avvicina silenzioso.

Quel fondo limaccioso, quanti segreti orribili nasconde, se ti specchi nell’acqua il torbido ti dà solo l’immagine di un vecchio, se guardi tra i flutti vedrai i volti dei tuoi morti che ti guardano, le loro mani secche che ti accusano.

Non puoi che scappare lontano, ma non puoi scappare lontano perché lontano non c’è nulla, solo altra palude, altri alberi neri tra le acque malate.

Non vi sono pesci qui, loro preferiscono altro, sanno cosa nascondono quelle acque e fuggono gli alligatori e i tuoi morti.

Non cercare nulla qui, che se troverai qualcosa sarà solo illusione, è la palude che ride di te, che gioca con te prima di divorarti.

Non vi è nulla di vero, di reale, lì, ma quello che vi trovi sarà sufficientemente realistico perché di te non rimangano che grida e terrore.

Nemmeno la luna lì arriva, pochi raggi fragili passano tra gli alberi alti e curvi, nemmeno la luna si sente al sicuro, sa che nulla è più pericoloso dell’irreale.

L’irreale è il tuo fantasma peggiore, ti può far da padre, madre e amante, può riempirti la notte, può darti i suoi sogni.

Può divorare i tuoi occhi e il tuo cuore.

Nembrot alle 22:52 in: jayrbush pray
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I have a drum

lunedì, 11 agosto 2008

Orrore non è che il mezzo con cui approcciare il più della vita, se pensi che la tua vita meriti un approccio.

Pensi quindi di meritare la tua stessa attenzione? Ci vuole coraggio già per guardare nel pozzo e vedere cosa riflette, per vedere la luna.

Ci vuole coraggio già per guardare nel pozzo e vedere la luna.

La luna gialla, tonda, crudele e screziata che ride nel pozzo e vi affoga la tua anima, non credere di essere arrivato, oltre la meta ti aspettano i suoi denti come rasoi impietosi.

Ci vuole coraggio già per vedere la propria immagine riflessa, per reggere il proprio sguardo, serve coraggio per affrontare l’idea la possibilità che in quegli occhi speculari non vi sia nulla.

Né anima né dio, il tuo signore e padre e padrone non è lì a reggerti e governarti e sei spaurito, né anima né dio, né iride né viola o indaco, non l’arcobaleno non i colori non la vita, solo quella luna fredda e distante che ti irride.

E senti la sua voce come un sibilo tra le canne.

E senti la sua voce.

Vieni, ti dice, ed è la voce dei tuoi morti, vieni con noi qui tutto è più facile e bello, qui tutto va nel migliore dei modi possibili.

Vuoi dunque andare nel migliore dei mondi possibili? Finche morte non vi separi? Non avrai lì né salute né malattia, né ricchezza né povertà, solo la grigia normalità che è la più raffinata delle torture, e senti che fa male, senti le lame le senti nelle carni.

E senti i fili tirati dalle tue membra come di legno, senti i chiodi spezzarsi, i nodi del legno scoppiare, ti senti perso e perduto, ti senti solo e spaurito, senti la morte.

E nulla è ancora finito.

Senti quello che più vuoi sentire e più forte lo senti più lo senti lontano, consumati nella mancanza macerati nella nostalgia e nell’ilare brama che non può essere saziata.

Pensi che il pozzo sia eterno? Tu l’hai costruito giorno dopo giorno col sudore della tua fronte col sangue delle tue vene con le grida della tua carne alto hai innalzato il muro, nel suo diametro il tuo viso e il mondo intero, non vi sono dimensioni che sfuggano alla crudele realtà dell’irrazionale.

Non vi è una città intorno a quel pozzo ma tutte le città e le loro idee come singolarità e come corpus unico di sogni camini e cuori pulsanti.

Non vi è acqua nel pozzo, solo il buio dei suoi occhi una sera d’estate in cui ti rifiutò, solo il velo di tua madre quel pomeriggio triste di novembre.

Non c’è nessun pozzo se non ci sei anche tu coi tuoi dolori segreti e coeterni a te, l’acqua è profonda a sufficienza per immergerci il capo.

Non tornare su, forse che il mondo ha meritato mai uno solo dei tuoi respiri? Forse che il mondo meriti di essere guardato?

Tieni il capo immerso nell’acqua del pozzo, ascolta gli echi antichi dei pesci sussurrarti parole dolci come il miele, lascia che i loro canti ti conquistino, arrenditi al terribile destino che tutto assorda col fragore del suo incedere lento e impietoso.

Non pensare

Tieni il capo immerso nei tuoi cupi e truci pensieri più nascosti, sfiora la superficie dell’incommensurabile e dell’inconoscibile, dimentica ciò che ti è caro, la verità è la fuori, sarai uomo e dio e re e sacerdote, sarai il futuro di te stesso nella rovina di cui sarai alfiere.

Lascia che il pozzo si prenda tutto di te, affoga i tuoi dolori nel suo cerchio accogliente, torna nel suo grembo.

Torna al pozzo, che dal pozzo vieni e nulla più.

Dal pozzo vieni e al pozzo tornerai e la luna canterà per te il riflesso della sua canzone più mesta.

Nembrot alle 23:56 in: jayrbush pray
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Gang bang onirica

domenica, 03 agosto 2008

Sanno come prenderti, come farti loro, sono sorrisi seducenti quando tutti ti voltano le spalle, sono spalle amiche su cui piangere quando il fallimento è il tuo pane quotidiano, è ciò che vuoi nel momento in cui ti serve, ma è solo facciata illusione.
Se ti apri a loro i pesci sono denti che dilaniano, sorriso di morte, sono la punizione più crudele per il tuo essere fragilmente umano.

Scola un litro di buon vino, non farti problemi: la coscienza del peccato è una debolezza che non ti salva, il rimorso sarà la tua condanna.
Zittisci la mente, non pensare.
Quello che fai lo fai per te, basta lì, null’altro, i pesci sanno, vedono dentro di te.
Entrano dentro di te.
Resisti ai loro sorrisi stucchevoli, alle loro maniere affettate, sono solo maschere, e sotto di loro nulla, solo un sorriso che non perdona, un sorriso di morte.
Niente sotto ai loro occhi che non sia l’abisso, sono occhi gialli di luna e verdi di alga, sono occhi malati di una malattia che uccide te non loro, sono cicatrici che deturpano il lieve succedersi delle stagioni.
Sono la fine della tua interezza, ti dimidiano, ti divorano, prima gli occhi, poi il cuore, ma a quel punto il cuore te lo starai divorando da te.
Se ti fanno loro sei loro per sempre.
Sottraiti all’abbraccio dei pesci, è un abbraccio da cui non si sfugge, un contratto da cui non ci si sottrae una volta comprese le conseguenze.
Sfiora leggero le onde del mare dell’Oblio, gioca con le onde ma non interrogare i suoi abissi, terribili sono le risposte, terribile è la verità-

Vuoi la verità pellegrino? Non c’è verità, forse non ci sei nemmeno tu, certo non c’è questione su cui discutere, né un cielo sotto cui farlo.
Certo c’è il grande sconfinato mare, certo ci sono i pesci.
Altro non si riesce a pensare, solo il mare smisurato all’orizzonte, e dentro di esso i pesci, quei pesci crudeli quei pesci di morte.
E dentro di esso solo tu a galleggiare i capelli accarezzati dalla corrente, solo quei pesci affamati, quei pesci di notte.

E vedi la fine nei loro occhi, nelle loro fila di denti bianchi come le montagne più alte, spietati e fatali come le montagne più alte.

Rivedi in loro la tua infanzia i suoi luoghi. E nulla più vedi dopo.
Ti mangeranno gli occhi.

Fuggi pellegrino, non specchiarti nel mare dell’Oblio, prosegui rapido, non cadere nei suoi tranelli, non sostare lungo le sue coste, numerosi sono gli orrori che contiene, numerosi i loro nomi e le loro arti.
Uno solo il tuo destino.

Fuggi ratto, lontano, sulla terraferma ma non trattenerti, il nulla poi ti aspetta, il nulla pietroso e salato del vuoto sabbioso di vento, il nulla del lungo deserto.
Sono le sabbie del Sé, terribili e avviluppatrici.
Da perdersi nelle sue dune, tra le sue sabbie nei suoi disegni concatenati al nulla terribile del sole battente, unione di mondi e menti e vastità commisurate soltanto al terrore della follia a cui portano.
Cosa ne sarà del tuo viaggio lungo una vita, della tua esperienza lunga quanto la strada, cosa di quella vita lunga un viaggio, un secolo, un momento, non c’è tempo né misura per quello che si trova qui, per quello che aspetta te.

Non c’è altra spiegazione altra speranza al di fuori di quella miserevole possibilità unica di auto annullarsi, dormi ti dice il deserto, poggia il tuo capo sul mio seno di sabbia, non chiederti nulla, riposa figlio mio figlio del mio seno di sabbia, molte parole dolci come il miele ti dice il deserto del Sé, tante parole terribili come fiele.

Solo morte portano con sé, solo la sconfinata impietosa contingenza di destini tra te e ciò che immediatamente ti circonda.

Quando è spessa la tua corazza?

Quanti angeli ci ballano sopra?

Il deserto è più forte, il deserto ti sfinisce, piena di sabbia è la tua corazza, croste dure sul tuo viso, duna diverrai, non resistere abbandonati al giusto e materno abbraccio del seno sabbioso.

Solo il tuo bene desidera, sa cosa è giusto per te.

Sa che vuoi solo dormire, riposare le tue stanche membra scosse dal viaggio; tante cose sa il deserto e sa incantarti e incatenarti per sempre,sarà la tua gabbia e la tua vita.
Sarà la tua morte.

Forse non v’è più nulla, forse ancora una speranza la conservi e allora usala come uno scudo contro il terribile avanzare delle sabbie, come una diga ferma questo fiume impazzito, resisti al suo insidioso chiamarti.

Sei a casa, ti dice il deserto, resta con me, qui trovi ristoro qui trovi amore, qui trovi dimora per i secoli a venire, qui trovi giaciglio guanciale e cilicio.

Dimentica qui le tue pene amore mio, ti dice il deserto, scoprine qui di nuove amore mio, il deserto ti sussurra.

Lo senti vicino a te, ti capisce ti parla, sa cosa vuoi, sa cosa è giusto per te.

Qui con lui pensi di trovare gioia e pace, ma solo consunzione ti aspetta, solo il fiorire di sangue sulle tue piccole mani.

Non c’è più futuro qui di quanto ce ne sia in una coppa svuotata, in un tripode spento.

Solo sabbia e ancora altra sabbia, dune dopo dune dopo dune, e poi dune ancora e sabbia e sabbia, e poi rabbia ma oramai è tardi e solo è altra sabbia ancora, ed è tardi per tornare indietro, è tardi per rompere il patto che è patto di sangue, è fiorire di firma sulle tue piccole mani.

E’ tardi amore mio, ti dice il deserto – baciami amore, ti dice, baciami e perditi in me, oramai è tardi, tanto vale dormire, non andare avanti, è tardi amore ti dice.

E’ crudele il deserto, è crudele come il sale nelle ferite, come l’amore nella vita sa farti male ed essere dolce.

Sa ucciderti dicendoti parole d’amore, sa parlarti di futuri insieme, di mobili da comprare per la casa di una vita insieme piantandoti un coltello nella schiena, lasciando che il topo del deserto si faccia in te la sua tana.

Cedi per un attimo a lui e farà di te l’ombra di te stesso, cedigli e diverrai solo un’intenzione mancata.

Se cedi al suo amore diverrai come pietra, e vagherai tra le sue sabbie come un pazzo, scavato e consumato come una candela antica, braci i tuoi occhi, ragni le tue mani, pazzo andrai come in mezzo alla disperazione più nera.

Non sperare nella sua pietà che solo conosce il maglio di ferro e la fiamma e l’olezzo di carne morta nei suoi abbracci sabbiosi.

Conosci tu l’orrore?

Viaggia folle nelle sue immensità, ama il suo bruciare, il suo sole sempre fermo sempre su di te, canta il tuo amore ma le sue orecchie saranno sorde.

Conosci tu l’orrore?

Vaga come pazzo nelle sue gole più nascoste tra antichi circoli di pietra, tra le colonne di marmo senza più un perché, come loro diventerai, e  nulla più.

Un altro trofeo per il suo cuore senza fondo per la sua malata idea d’amore.

Amerà il tuo soffrire senza un fine, eternamente lo reitererà, ti prometterà amore ti darà tormento e lo sa glielo leggi nella voce crudele e fredda e altera.

Altri non sei che la sua vittima tra mille altre.

Ti promette amore ma solo vuole un corpo in più tra le sue braccia di sabbia, un’altra colonna in circoli ora muti che un tempo gridarono la loro perdizione nei suoi tornei amorosi ma non sarà che sterile retorica e cavalleria ormai morta e dove ora biancheggiano le ossa gridavano i cavalli e i cavalieri rossi di sangue e d’ira e d’amore folli tra loro combattevano, combattevano perché dentro di sé ne erano sospinti, perché la luna glielo diceva la luna col suo sorriso crudele di morte, la luna che rideva folle e sdentata gli occhi persi a chissà quale orizzonte di fiaba e d’orrore e chissà cosa avevano visto i suoi crateri certo altro sangue altra morte, solo fiori spezzati e ossa secche e fango a coprire le sofferenze.

Conosci tu l’orrore?

E’ una stanza vuota, è una cappella in cui muoiono i destini mentre fuori splende il sole, è dormire al tramonto, vegliare la morte del sole.

E’ guardare nel profondo delle gole e dei crepacci delle sue rocce, è guardare il cielo chiaro da far male e pensare alla pioggia che non arriva e mai arriverà.

Conosci tu l’orrore?

E’ quel sole crudele che non ti lascia mai, che ti segue passo passo, che sa dove andrai, che già ti precede.

E’ l’abbraccio del deserto che non ti lascia e mai ti lascerà, è l’amore che ti uccide.

Dormi amore mio, ti dice il deserto, ferma il tuo cuore che batte impazzito, ferma il tuo respiro profondo, dormi amore mio ti dice il deserto, dormi e non svegliarti.

E ti dirà parole che sanno d’amore e d’altri tempi in cui Bellezza e Virtù erano i suoi nomi e sarà ancora meno dolce annegare nel suo abbraccio di sabbia.

Ribellati e sarai domato e punito.

Rilassati al suo volere che non conosce freni e sarai parte di lui, e ti consumerà e brucerai come una fiamma tutto di colpo.

E vivrai vite di coyote lunghe un attimo lunghe un’era,  e vedrai imperi nascere e crollare e vedrai fiori sbocciare.

E vedrai uomini venire e uomini perdersi nelle sue vastità, farsi di pietra diventarne parte e abbracciare il suo rotondo abbraccio di sabbia e amore.

Cerca un’oasi nelle sue miglia sempre uguali e troverai solo buchi di roccia e grida e pianti e stridere di ossa sulle pietre.

E saprai che non c’è ritorno nel deserto del Sé per chi di fronte a lui si china e mostra il collo, non sottometterti alla sua forza e al suo amore malato o diverrai sabbia e pietra.

Sabbia e pietra diverrai.

Conosci tu l’orrore?

Nembrot alle 00:53 in: jayrbush pray
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Jayrbush Pray

sabato, 02 agosto 2008

Mente, corpo, karma o cakra, vaccate, nulla di reale se non la consapevolezza del non esserlo, negazione egoistica di sé e degli altri, fatti un giro sulla giostra del niente.
Fatti un giro qui, nella Coney Island del Dubbio e del Difforme, scopri i mostri piagati e multiformi che occhieggiano da dietro le sbarre, che ti sorridono con quel sorriso senza denti, pericolosi come la luna, occhi da predatore, cuore di nebbia e bruma e poco altro oltre alle cattive intenzioni.
Ma possono dannarti le cattive intenzioni, basta il pensiero e per te è finita, non è altro che questo, intenzione, pena; causa, effetto: è semplice, è elementare, anche un babbuino capirebbe il nesso, ma solo un pazzo potrebbe guardare nella mente del dio molle e idiota che l’ha pensato.
Solo un folle potrebbe sporgersi nell’ebbro buio pozzo della mente dello stolido dio-padre-padrone, è come raccogliere la sabbia del deserto con un setaccio: puoi restare lì per mille e più anni e ti troverai al punto di partenza, non sarai più saggio, solo più folle.
E più vicino all’estasi.
All’estasi che non ti fa tornare indietro, non c’è ritorno da questi luoghi, biglietto di sola andata per l’inferno, per la via di mezzo, né qui né lì solo schiuma a lambirti le caviglie, solo nubi plumbee su di te, non c’è un orizzonte, non c’è una casa a cui tornare, è l’attesa eterna ed eternamente reiterata nei gesti e nelle intenzioni.
E’ la dannazione della noia.
E’ il mondo che va avanti senza di te.
Non tutte le corse sono per tutti gli uomini, a volte si è sbalzati via.
Non c’è ritorno da questi luoghi,

solo la tacita

notturna

consapevolezza di non esserci più.

Non pretendere di sapere cosa sei, cosa fai, non pretendere di sapere la verità, soprattutto non credere di poter pretendere una verità.
Solo menzogne sono il pane del figlio dell’uomo, solo ottenebramento il suo sangue, ti perde, ti porta lontano sulla risacca, segui la corrente, scopri quanto è profonda la sua tana.
Segui i vortici della vergogna, non temere di smarrirti, non c’è una strada da seguire ma solo passi da ripercorrere.
Miglia da percorre, prima che sia buio.
Non farti sorprendere dall’oscurità, non nel bosco del Pianto.
Non qui, con questo verde cupo, queste fronde nere, mille occhi ti guardano, mille occhi ti giudicano: guai se sarai giudicato mancante.
Non vi è perdono qui, non indulgenza, la carne pagherà per la carne, saranno rinnovate le tue piaghe, bruciati i tuoi occhi.
Vedrai attraverso altri milioni come te, saranno i tuoi occhi, sarai la loro coscienza.
Il tuo dolore sarà il dolore di tutti, il loro dolore sarà il tuo. Amplificato, portato all’apice, esaltato fino a sembrare un cuore che batte.
Senti i tamburi, vengono dal bosco, dal cuore del bosco, dall’angolo più fondo, più nero, sono i tamburi che battono nei pozzi senza fine, orrori senza nome percuotono le spesse pelli tese; senti i tamburi, vengono dal bosco, chiamano a raccolta gli ultimi bagliori di morte al crepuscolo.
E’ la notte, inizia la sua battaglia, l’accoltellatrice del sole, raduna le sue forze, è forte stanotte e ha fame.
Non farti sorprendere dall’oscurità, non nel bosco del Pianto.
O la notte farà di te la sua preda, sarai il suo olocausto, la sua preghiera scritta col sangue sulla coltre di pece del cielo.
Non c’è redenzione, solo il perpetuo roteare della mente nella mente stessa.
La follia.
Non farti sorprendere dall’oscurità, non nel bosco del Pianto.
Non fidarti dei tuoi passi, già tramano per perderti; non fidarti dei tuoi occhi, già fremono nell’estasi ultima del tradimento; non fidarti del tuo cuore, già ti sta avvelenando.

Non c’è pace quaggiù, per sempre sentirai gli archi tendersi, le spade cozzare, gli scudi frantumarsi e le belve nutrirsi della carne palpitante dei pellegrini, e la notte bere il sangue del figlio dell’uomo.
E la notte prosciugarti le vene, e l’alba ti troverà trasformato in roveto, spine dalle tue carni, legno nodoso a coprirti le membra, foglie saranno il tuo ultimo mantello.
Il seme è piantato quaggiù nel bosco del Pianto, il sacrificio sarà rinnovato, al crepuscolo sarà vendicata la verità mendace.
All’apparire della prima stella sentirai le fronde urlare, la terra scuotersi dal suo sonno.
Non c’è redenzione, solo la luna e il suo ghigno crudele, solo il sangue a riempirne i crateri.
Solo la luna e il suo ghigno crudele.

Guarda le sue orbite vuote, cercaci la vita, vi troverai la limacciosa minaccia di uno sguardo che oramai non è più.
Vi troverai soltanto i tuoi desideri mai sopiti, e faranno di te cibo per le loro creature, figlie di un folle estatico delirio.
Cibo per le loro creature.
Sbatteranno le loro ali sul tuo corpo facendone strazio, masticheranno il tuo fegato i tuoi desideri mai sopiti, uccideranno il loro dio-padre-padrone per non averli creati a sua immagine e somiglianza, per averne fatto cose a metà, per aver dato loro ragione sufficiente per capire di non avere anima.
Per averli resi oggetti di se stessi.

Per averne fatto null’altro che stracci per pulirsi la coscienza.
E’ la vendetta di un Edipo cieco e pazzo, Colono mai accoglierà quel mostro misconosciuto che nel bosco del Pianto finirà la sua eterna notte.
Tra i cespugli, così dico, recita la tua preghiera più lunga, spera che loro non ti sentano, ma gialli e crudeli sono i loro occhi, profondo il loro sguardo, forti le loro ali volano al di sopra delle tue speranze.
Rapidi e silenziosi le ghermiscono.
Ti mangeranno gli occhi, lo sai, quegli occhi che hanno desiderato, quegli occhi che hanno bevuto con avidità alla coppa della vita, ora che si deve pagare il conto.
Non puoi soffocare i desideri, non nel bosco del Pianto.
Non puoi soffocare la notte, non nel bosco del Pianto.
Corri lontano da qui, corri fino a quando le gambe ti reggono, corri ratto, fino al mare.
Corri ratto, fino al nero mare dell’Oblio.
Naviga leggero le sue acque color del vino, le sue acque color del giorno.
Osserva l’intrecciarsi dei destini nei delicati giochi delle increspature, ti sorridono i pesci, ti guardano i pesci.
I pesci lo sanno.
Glielo leggi in quello sguardo.
I pesci sanno.
Ti conoscono meglio di quanto pensi, loro ti scavano dentro, ti scavano la fossa, sanno cosa contieni, sanno quanto desideri unirti a loro.
Vai con i pesci nel cupo mare dell’Oblio, mare color del vino, mare color di morte.
E’ uno sguardo che sa quello dei pesci, molte cose si odono laggiù.
Molte cose si sanno, e presto sapranno di te, presto ti chiameranno a loro, e il loro sarà un abbraccio.
Abbandonati a loro, ti chiamano dolci, ti vogliono.
Il loro sarà un abbraccio.
Non resistere, non dire di no, i pesci lo sanno che è meglio così, è dolce la vita nel mare dell’Oblio, vai a giocare con loro, tra le onde, i flutti e gli scogli.
Il loro sarà un abbraccio.
Vai con loro a rincorrere i sogni, tra le alghe nei fondali più impensati, guarda con meraviglia i cangianti giochi di luce della loro pelle.
Il loro sarà un abbraccio,e da quell’abbraccio non ti libererai mai più.
Vai coi pesci del mare dell’Oblio, vai a morire con loro.
Loro sanno.
Che altro non desideri, se non il coraggio per farlo.
Affacciati sul mare dell’Oblio, guarda, specchiati nei vortici schiumanti, riflettono il tuo volto, guardati reggere il manto della notte, guardati mentre i pesci già ti abbracciano, giorno per giorno

da

sempre.
Guarda i pesci abbracciarti, lasciati andare, lasciati cullare, è dolce il suono del nulla quando spegne il brusio del sottofondo quotidiano.
Cavalca le onde, cavalca il tuo destino, senti potente in te la vita e il giorno e l’alba, non guardare nell’acqua, non guarda i pesci negli occhi.
Loro sanno come prenderti, loro sanno come perderti.
E sanno come farti amare il loro abbraccio, come fartelo desiderare, e sentiresti che nulla al mondo vale più di quello per te.
Loro sanno come perderti.
Ti mangerebbero da dentro, lascerebbero un vuoto involucro, degno ospite per le loro uova color del vino, le loro uova color della notte.
C’è un odore sul mare dell’Oblio, è un odore di cose che ormai non ci sono più, un odore di cose ora scomparse sul fondo del mare, è l’odore dell’abbraccio dei pesci.
Oh sì, loro sanno come prenderti.



Nembrot alle 00:38 in: jayrbush pray
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