La mattina è calda, la mattina non è cosa mia, sono da imbrunire, creatura crepuscolare, je suis l'empire à la fin de la decadence, je suis la decadence.
Non c'è nulla di più decadente d'altra parte delle pie illusioni quotidiane, arabescati imbrogli di fumo di cui ci pasciamo grati, con cui vanesi ci ammantiamo d'ombra e porpora.
Si pensa a volte agli incroci di vite, al caso, ai sentieri che ti portano lungo le strade di altri per un attimo, e se per te è un giorno qualsiasi in piscina con amici, per altri può essere un giorno per morire, o l'occasione perfetta per rovinarsi la vita per sempre.
Dimenticavo quanto sanno essere stupidi i quindicenni.
Ci sono troppe cose che dovrei fare, ma è troppo caldo là fuori e troppo colmo è il mio cuore.
Tra meno di una settimana partirò, e poi ancora, che a stare fermi si muore, o nella migliore delle ipotesi si finisce con l'assomigliare al paesaggio che ti circonda.
Non sono mai riuscito ad essere conciso, la sintesi mi sa di sacrificio, è una scusa puerile per chi non sa trovare le parole.
In questo deserto urbano, in questo assolato consesso civile continuo a sognare vladivostok.
Ieri sera volevo leggere Campana, ma il sonno di lei vinse, e ciò non è buono:nessuno può essere stanco abbastanza per rinunciare a Campana.
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda
O delle primavere Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida/
Fu dei capelli il vivente Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore, Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.